Exit

Tornare a casa.

Scendo le scale veloce, tra i battiti del cuore, il respiro affannato e il rumore dei miei piedi scalzi.

Il cortile è uno spazio troppo grande per i miei occhi, così vuoto e assolato mi sembra senza confini.

Oltre, solo il cielo e le nuvole che si rincorrono, mosse dal vento, tra le cime innevate.

Questo è il mio piccolo mondo, il solo e unico che conosca da quando mi vennero a prendere.

In realtà non ricordo, ma così mi raccontano i monaci più grandi di me, poco più che ragazzi.

Un giorno l’abate con pochi altri venne a prendermi nella mia casa.

Un lungo viaggio, attraverso la valle, lungo il fiume, fino al piccolo villaggio di tende dove viveva la mia famiglia.

Avevo poco più di due anni e ora non ricordo nemmeno il volto dei miei genitori.

Mi portarono qui, mi rasarono i capelli, mi diedero una veste e da allora iniziarono ad insegnarmi a leggere e scrivere.

E così le giornate trascorse a ripetere a memoria i versi dei padri, antichi come le montagne, profondi come le grotte che custodiscono.

Il profumo dell’incenso e il suono di dolci campane e poi le corse a perdifiato nel grande, immenso cortile con i miei compagni.

I miei compagni sono i miei fratelli, anche loro come me, giunti da ogni luogo e senza un passato.

Notti infinite seduti tutti insieme, cullati dalla voce dell’abate.

Le ore scandite dal tremolio delle luci delle candele, fino al silenzio.

Nel silenzio solo il lieve suono di dita segnate dal tempo, che sgranano mala di osso e quello dell’unico battito di mille cuori che vibrano all’unisono.

Questa è stata la mia vita sino ad oggi.

Corro verso l’abate, vestito di rosso e arancione.

Il cortile è un lago di luce in cui la sua figura sembra come sospesa.

Lo raggiungo, mi guarda immobile come una statua.

Non mi ha mai negato nulla, ma oggi il suo sorriso è stanco.

Mi attacco alla sua veste, piangendo, non voglio partire, non voglio lasciarlo.

MI dice con un filo di voce, sussurrandomi all’orecchio, parole che non ho mai scordato: “Siamo i figli di questa terra e un giorno torneremo. Ora va, non c’è più tempo.”

Allora non capivo le sue parole, ricordo solo le lacrime che mi bagnavano il volto, calde come cera liquida.

Poi confusione, mani e braccia mi presero e mi sollevarono da terra portandomi via, su un carro, insieme ai miei fratelli.

Lontano grida e spari di fucile.

Non vidi mai più il volto dell’abate, solo nei sogni, la sua voce mi accompagna sempre.

Gli anni sono trascorsi come attimi da quel giorno, rimasto inviolato nella mia memoria.

Sono già un uomo, ormai, e vivo in questo mondo nel silenzio, custode del mio segreto.

Per le strade le persone mi sfiorano, i loro sguardi mi interrogano, a ognuno sorrido, ma non ho tempo per fermarmi.

Ancora troppo grande è il sordo dolore che percorre questa terra, calpestata, offesa e tradita.

Ancora troppo lungo è il mio cammino.

Nel mio cuore, un solo desiderio.

Tornare a casa.

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