Exit

USSARO.

Il tenente era alla testa di un piccolo manipolo di Ussari Reali del terzo Reggimento Esterhazy che quel giorno continuavano a spostarsi per mezzo dei loro velocissimi cavalli, i più veloci in dotazione a tutta l’armata.

I prestanti Corazzieri sui loro cavalli imponenti, provavano invidia quando li vedevano sfrecciare al fianco delle loro colonne, con le loro pelisse e bandoliere al vento, mentre andavano a compiere qualche rapida incursione, ora all’inseguimento ora a stoccare qualche azione di disturbo verso il nemico.

Ma oggi era diverso, era un giorno di quelli che al tenente costava caro svolgere i suoi incarichi anche se lui non se ne accorgeva.

Oggi, era uno di quei giorni in cui egli, per portare a compimento il suo lavoro, doveva concentrarsi più del solito per svolgerlo con il massimo dell’efficienza e dello zelo possibili.

Il suo sentire era ben celato dietro ad una maschera che doveva rappresentare un mondo ideale ed infallibile.

In quale altro modo egli avrebbe potuto compiere tutti quegli atti inqualificabili?

La sua brillante memoria gli aveva fatto conservare, nei più sottili dettagli, il ricordo di ogni azione.

Ebbene, lui e i suoi uomini avevano trascorso la giornata confiscando risorse in ogni dove e spostandosi di villaggio in villaggio lungo la campagna.

Ora, all’imbrunire, gli restava soltanto una casa isolata che gli era stata segnalata come luogo da visitare.

Partì al galoppo con il suo seguito, ormai a quell’ora non era più necessario risparmiare i cavalli.

Avvertiva un’inquietudine, un senso d’urgenza di concludere la giornata e già bramava il momento in cui sarebbe rientrato nella villa di campagna adibita a caserma, requisita ad un nobile locale.

Già pregustava il momento in cui avrebbe posato sciabola, carabina e pistole, dopo aver foraggiato il suo cavallo, con la speranza che, forse, l’indomani gli sarebbe toccata una missione meno ingrata.

Sarà stata l’ultima corsa sfrenata o l’intera giornata con tutto il suo carico di azioni, oppure un insieme di queste cose, sta di fatto che quando fu il momento di entrare in quell’ultima dimora, di cui lui, grazie agli informatori, già conosceva il “contenuto”, realizzò cosa stava per fare.

Doveva far arruolare l’ultimo uomo presente al suo interno, dopo che il padre ed il fratello maggiore erano già stati arruolati e sacrificati per la patria, ma ricacciò questo pensiero con la stessa istantaneità con la quale gli si propose.

Entrò, quasi sfondando la porta.

All’interno solo patate e cavoli gli si offrirono alla vista, posati su un misero tavolo di legno, e una donna con una bambina in grembo, entrambe vestite di stracci, nascoste nella penombra.

“Scena tipica” pensò.

Quante ne aveva già viste di quelle situazioni e in quante non si era posto il minimo scrupolo.

“Ma a quale prezzo?” dovette confessare a se stesso.

D’altro canto, non poteva neanche ignorare quanto aveva veduto su quel tavolo e la sua, seppur repressa, capacità di mettersi nei panni degli altri, non poteva risparmiargli di sentire in bocca l’insipido sapore che quel rimasuglio di famiglia provava quotidianamente durante i suoi rari pasti.

E lui, che faceva parte di un’elite e di carne ne aveva da assaporare, in tutti i sensi…

“Cosa me ne dovrebbe importare di quello che mangiano o meno ?” cercò di obbligarsi a pensare.

Ma il suo equipaggiamento all’avanguardia, il più meticoloso addestramento e tutte quelle estenuanti manovre non erano stati sufficienti.

In quel momento quanto avrebbe desiderato essere più cieco, più sordo e più insensibile, quanto sarebbe stato più facile!

Non sapendo più come gestire quel turbinio di emozioni, con un gesto concitato ma fermo infilò, scostando la pelisse, la mano all’interno del taschino laterale del dolman, alla ricerca di una specie di conforto nel percepire la pelle goffrata del taccuino, contenente tutte le informazioni puntigliosamente annotate, che gli davano solitamente la sicurezza per gestire la situazione e maggior senso di autorità in se stesso.

Nel momento in cui si raccolse, fissò la donna,

Quel che vide fu un disarmante senso di rassegnazione che non si aspettava, che non pretendeva spiegazioni davanti a quegli stivali lucidi in pelle e quel taccuino rivestito del medesimo materiale dei primi.

Si riuscirono a guardare negli occhi, il che era già moltissimo per entrambi.

Lei era pronta a consegnargli il figlio e lui aveva a disposizione tutti i mezzi per prenderselo.

Non fu in grado di fare altro, parlare o men che meno muoversi, dall’interno della sua elegantissima uniforme che fino a quel pomeriggio gli aveva dato la possibilità di sentirsi infallibile, di credere che tutto quel che avrebbe compiuto potesse essere giustificato, persino morire.

Non aveva tenuto conto di quanto invece una parte dentro di sé non si era potuta esimere dal vedere, sentire e provare certe emozioni.

Riuscì con fatica a voltarsi, facendo tintinnare gli speroni e roteando la sciabola, che penzolava bassa dietro le gambe e imboccò la porta, dalla quale si poteva scorgere, ormai, solo un paesaggio immerso nella penombra.

Montò a cavallo, seguito dai suoi uomini, che non osarono chiedergli spiegazioni e ripartì ancor più veloce di prima, ma questa volta con un gran numero di certezze in meno.

Copyright © 2020 Adea Edizioni.

Close
Go top