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LA CONFESSIONE.

Amo mio padre e mia madre, sono un bravo ragazzo.

Vivo e lascio vivere, niente di più.

Sotto questo cielo che cosa ha davvero importanza per me, poi, non saprei proprio dirvi.

Ma una cosa posso dirvela, se proprio vi va di sentirla: sono colpevole.

Signor giudice, spettabili membri della corte ed esimia giuria, sono colpevole.

Ebbene si, e come me lo siete tutti voi.

Per tutte le persone innocenti che erano intente a vivere le loro vite e un giorno, senza preavviso, sono state portate via dai loro sogni.

Tutte quelle persone, a cui piaceva ballare, ridere e fare l’amore, proprio come piace a me e, ci scommetto, anche a voi.

Tutti quei volti, quei sorrisi, quei meravigliosi occhi.

Quelle persone sono come bellissimi stranieri nella terra arida del mio cuore.

Confesso di non aver mai fatto nulla per loro, per nessuno di loro.

Non mi è mai importato di niente, se non di me stesso.

In fondo, mi stava bene così o, almeno, lo credevo fino a quel giorno.

Ci sono persone e ci sono luoghi a cui apparteniamo, anche se non lo sappiamo.

Verdi vallate, deserti e mari e cieli stellati che ognuno ha dentro di sé.

E giardini bellissimi, con fiori di mille colori e alberi sotto i quali sarebbe bello riposare, un giorno.

Se solo sapessimo come arrivare in quei posti…

Dicono che siano lontani, ma solo finché non li raggiungi.

E voi ? Ci siete mai stati in quei luoghi ?

No, meglio indagare e giudicare le anime degli altri piuttosto che ascoltare la propria.

Anch’io ero come voi, non ve ne faccio una colpa.

Ma ho capito che mi sbagliavo.

Ci sono tracce di me in ognuna di quelle persone, nei loro pianti, nei loro silenzi, nei loro occhi.

Nel loro sangue, anche di più.

Non lo sapevo o, forse, me l’ero dimenticato.

Si, come si dimenticano le foto tra le pagine dei vecchi libri.

Poi, tra le pieghe della vita, a volte quegli attimi ritornano.

Quel giorno suonava una musica da una finestra aperta di un edificio in una via del centro.

Ricordo che soffiava un forte vento e nel cielo si rincorrevano grandi e soffici nuvole bianche.

Era una splendida giornata di primavera, la mia stagione preferita.

La mattina aveva piovuto e per le strade c’era il profumo dei fiori e di erba appena tagliata.

Non fosse stato per quella musica, forse non sarebbe accaduto.

O forse si ? Ma cosa importa adesso ?

Volevate una confessione completa e l’avrete.

C’era un uomo anziano seduto proprio sotto quella finestra.

Stava lì, senza fare niente, sembrava anche lui intento ad ascoltare quella musica.

Vestiva all’orientale e aveva uno strano copricapo sulla testa da cui fuoriuscivano dei lunghi capelli, bianchi come la sua barba.

Nonostante il suo umile aspetto, tutto in lui esprimeva una grande dignità.

Non appena mi avvicinai, l’uomo mi fissò e qualcosa improvvisamente mi incatenò a quello sguardo.

Aveva occhi antichi e trasparenti, verdi e dorati allo stesso tempo, profondi come le viscere della terra.

“Ehi tu, viandante, dove vai ?” disse, parlando perfettamente la mia lingua.

“Ah capisco… La musica, vero ? E’ lei che ti ha portato qui ”.

Non riuscivo a dire una parola, tutto dentro di me era in subbuglio.

“Sai, questa musica viene dalla mia terra. E’ antica come il mondo e conosce la lingua del cuore degli uomini. Anche del tuo”.

“Ma lei chi è ?” riuscii a chiedere con un soffio di voce.

“Chi sono io? Non ha nessuna importanza. Chi sei tu, piuttosto ? Questa è la domanda che dovresti farti.”

“Come chi sono io ?”.

“Giovane amico, siamo fratelli, io e te, anche se non lo sai. Siamo figli dello stesso padre”.

“Si, figurati… Chissà da dove vieni, tu. Scommetto che non hai nemmeno il permesso di soggiorno”.

“Ero anch’io come te, un tempo. Così pieno di me e sicuro di conoscere il mondo e i suoi affari. Poi ho imparato che non siamo altro che delle pagine bianche e che non siamo noi gli autori della nostra storia. Giovane viandante, la vita è un lungo viaggio, non dimenticarlo”.

Non ebbi il tempo di dire nulla.

Il vecchio si alzò ed entrò proprio nell’edificio da cui proveniva la musica.

Ero ancora lì che mi interrogavo sul senso delle sue parole, quando lo vidi affacciarsi alla finestra.

Poi, prima di chiudere le ante in vetro mi fissò e mi disse: “Ti stavo aspettando”.

Scomparvero, lui e la musica, insieme.

Non riuscivo a levarmi dalla testa le sue parole e il ricordo di quella melodia.

Decisi di andare a fondo a quella cosa e nei giorni successivi interrogai tutti gli abitanti di quell’edificio, ma nessuno sapeva nulla di quell’uomo.

Era come un fantasma.

Iniziai a dubitare di quello che avevo visto e sentito. Forse avevo solo sognato.

Alcuni mesi dopo mentre passeggiavo nel parco della mia città, intento come mio solito a fare nulla, lo rividi.

Era seduto su una panchina, da solo.

Non potevo credere ai miei occhi e mi diressi spedito verso di lui.

Accadde tutto in un attimo.

Giunsero alcuni ragazzi che iniziarono ad insultarlo e gli intimarono di andarsene.

Uno di loro cominciò poi a colpirlo, sempre più forte.

Il vecchio cadde a terra e tutti lo presero a calci.

Rimasi immobile e non feci nulla per aiutarlo.

Arrivarono dei poliziotti che fecero scappare i ragazzi.

Lo aiutarono ad alzarsi e lo portarono via, il vecchio si reggeva a malapena in piedi.

Mentre si allontanava si voltò verso di me.

Il suo volto era pieno di sangue che riempiva di macchie rosse la sua candida barba.

Mi sorrise e in quel sorriso c’erano tutto l’amore e la compassione del mondo.

Inutile dirvi che non lo vidi mai più.

Ora lo so, era mio fratello.

Ed io, l’ho lasciato da solo e indifeso.

Questa è la mia confessione.

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