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SEDUTO A TAVOLA.

Siamo spesso distratti e non ci rendiamo conto di cosa accade nel mondo intorno a noi. Così, i fatti ci travolgono senza che ce ne accorgiamo.

La storia, cos’è la storia se non una materia studiata tempo fa a scuola?

Eppure, quella volta, era stata proprio lei a farci riunire tutti insieme sotto quel tetto che alla fine rappresentava l’unico luogo che ognuno di noi poteva chiamare casa.

C’era la nonna, il papà, la mamma e anche i miei fratelli.

Tutti insieme in quelle vecchia casa che, per quanto grande, non soddisfava affatto le esigenze di così tante persone che ormai non si conoscevano più.

E così, le giornate erano passate lentamente, schivando gli spazi comuni, evitando i problemi mai risolti e ignorandoci.

Con mio padre non era facile andare d’accordo, aveva sempre l’ultima parola su tutto. Ci scontravamo spesso ma alla fine avevamo una grande stima l’uno dell’altro.

Mia sorella, invece, chi se la ricordava più? La credevo ormai decisa a mettere su famiglia eppure, dopo pochi, giorni è arrivata anche lei.

Era l’unica casa che avessi mai avuto, non avevo fissa dimora o un posto dove restare per un tempo indefinito.La verità è che mi sono ritrovato da solo bloccato in un aeroporto e allora non mi è rimasto che tornare a casa.

Tutto sommato, la mia famiglia è sempre stata vicino ad ogni mio passo e, forse, tutto il rancore che provavo nei loro confronti era solo retaggio di un me stesso troppo immaturo per capire tutti i sacrifici che mi avevano dedicato.

Era proprio strano tornare a vivere tutti insieme, ognuno con abitudini diverse.

Io, in realtà, le mie non le avevo mai cambiate.

Non sono mai stato uno che va a letto presto e come sempre passavo le notti davanti al mio portatile.

La mattina poi, spesso e volentieri, mi trovava la nonna che era la prima ad alzarsi. Batteva con il bastone sulla mia testa e mi svegliava.

Così incominciavano tutte le giornate, mi alzavo dal divano e accendevo la televisione.

Ci sedevamo tutti lì di fronte ad ascoltare le notizie, dalla mattina alla sera.

Non eravamo capaci di distrarci da quello che accadeva fuori da quelle mura mentre quello che accadeva al loro interno non era affare di nessuno.

Poi quella festività, arrivata senza che nessuno se ne accorgesse, una consuetudine che non aveva più alcun significato per nessuno di noi.

Mio padre mi chiese di accompagnarlo a fare la spesa, per la grigliata di Pasqua, anche se le autorità avevano decretato che solo un membro per famiglia poteva uscire di casa per prendere i beni di prima necessità.

A mio padre, però, gli ordini non erano mai piaciuti più di tanto e così andammo insieme e prendemmo due diversi carrelli e ognuno per i fatti suoi cominciammo a cercare i prodotti che servivano.

Poi, come due spie sotto copertura, ci ritrovammo di fronte al bancone della macelleria.

A Pasqua, in casa mia, si fa la grigliata di carne.

Nessuna catastrofe globale avrebbe potuto impedire al mio vecchio di rinunciare a quelle abitudine che, tutti gli anni, onoravamo seduti fuori in giardino.

Certo, quell’anno non potevamo invitare i nostri amici e i parenti lontani.

Eravamo solo noi, costretti a sopportarci da giorni e arrivati a quel momento già stremati dai conflitti interni.

Con gli occhi mi indicò le ultime confezioni di costine che rimanevano.

Notai nel suo sguardo un’aria di terrore, si era completamente spaventato all’idea che sulla griglia potessero mancare le costine.

Presi le quattro confezioni rimaste a discapito di quel poveraccio che per educazione aspettava dietro di me.

Dopo, ci recammo alla cassa in due file separate e ci rincontrammo solo alla macchina.

Arrivati a casa incominciammo subito a preparare per il pranzo.

Le indicazioni date da mio padre a me e mio fratello minore erano tutti gli anni le medesime, ma per lui era sempre importante ripeterle, come se quella fosse la prova generale per dimostrare di essere una famiglia modello.

O forse, semplicemente, non aveva fiducia della nostra memoria.

“Stai attento a non bruciarle” ripeteva in continuazione, come un mantra.

Cercavo mio fratello minore con gli occhi tutti arrossati per il fumo della brace.

Lui aveva la sua ricetta speciale per superare i pranzi in famiglia e da anni si nascondeva sul tetto continuando a credere che nessuno se ne accorgesse.

La nonna, invece, era completamente schizzata, riusciva a dire solo parolacce, la demenza senile aveva portato la parte migliore di lei in superficie.

Eravamo buffi e come stereotipi perfetti ognuno incarnava al meglio le caratteristiche del suo personaggio.

Era una recita a cui tutti dovevamo partecipare e mia madre, tra tutti gli attori della famiglia, era senz’altro la migliore.

Lei era perfetta, con i suoi 49 anni portati bene, le sue scarpe da ginnastica della Hogan e quei maglioni in cotone color beige.

Aveva sempre fatto la mamma e credo che quella situazione, in fondo, gli piacesse, averci tutti vicino e confinati nel suo regno.

Poteva coccolarci e sgridarci come quando eravamo bambini.

Mia sorella, invece, stava sempre al telefono con il suo fidanzato che non era proprio l’uomo ideale.

Continuava a chiamarla e a rimproverarla per essersene andata e averlo lasciato da solo. Non so cosa ci sia di peggio di un uomo che rinfaccia a una donna le sue mancanze.

Quando tutto fu pronto ci sedemmo assieme attorno al vecchio tavolo in legno che tenevamo al centro del giardino.

Come una vera famiglia ci stampammo un sorriso e cominciammo a mangiare e sarebbe andato tutto bene se non fosse stato per la nonna.

D’un tratto, nel bel mezzo del pasto si alzò in piedi e cominciò: “Voi brutti bastardi che sedete al mio tavolo, chi siete?”.

Mia madre cercò subito di tranquillizzarla ma lei si infuriò ancora di più e cominciò a dire tutto quello che nessuno aveva mai avuto il coraggio di dire.

Guardò dritto negli occhi mio padre e gli fece: “Tu, credi di essere un uomo ma sei sempre stato una femminuccia, uno che sceglie per convenienza. Sei come tuo padre, tanto fumo e poco arrosto”.

Poi, si rivolse verso la mamma e le disse : “E tu finiscila di vestirti come una suora del cazzo”. Ne aveva una per tutti.

Arrivò il mio turno e come fece per esclamare le sue sentenziose parole gli occhi le si bloccarono e cadde a terra.

Era morta e io non avevo meritato neanche i suoi ultimi insulti.

Vennero a prenderla in fretta e furia, poi ognuno di noi rimase per i fatti propri.

Vidi dalla finestra mio padre fuori in giardino che guardava gli alberi, pensai che non dovesse passarsela bene, le ultime parole di sua madre lo avevavo accusato di essere una “ femminuccia”.

Decisi di andargli vicino per dargli un poco di conforto.

Quando gli fui accanto, sentii un lungo sospiro poi si voltò e mi disse : “Vedi, so che come padre ho fatto tanti errori ma sono io stesso venuto su con un padre che c’era troppo poco. Però ti voglio bene e spero che anche tu me ne voglia almeno un poco”.

Lo guardai e gli sorrisi, poi lo abbracciai forte come quando ero bambino. Lui si commosse, rivolse gli occhi verso la casa e si allontanò.

Rimasi lì, da solo, senza troppi pensieri.

Mi chiedevo, però, cosa quella convivenza forzata ancora ci preservava.

Aspettai in silenzio che quell’assurdo giorno se andasse via e trovasse il suo posto nella memoria, come uno dei molti tasselli che completano quel puzzle che noi chiamiamo Storia.

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