Exit

JOSE’ CARLOS MARIA LOPEZ.

PT. 2

José ci aveva trovati, eravamo spacciati.

Ma accadde qualcosa di straordinario.

Quell’uomo tanto tormentato quanto deciso si fermò, forse a causa della pietosa visione che gli si presentò davanti agli occhi.

Attraverso le sue pupille chiare si intravedeva un sottile velo di emozione, un dubbio che aveva fatto andare in stallo quel sistema tanto collaudato.

Alla fine degli anni ottanta del ‘900 un uomo, che aveva vissuto tutta la sua vita rincorrendo sempre qualcuno, decise di fermarsi.

Così, davanti alla visione di due giovani ragazzi, uno dei quali era disteso inerme su delle scale e continuava a perdere sangue, José Carlos Maria Lopez si intenerì, alcuni forse direbbero “si rammollì” e d’un tratto divenne indifeso e debole come ogni normale cittadino di fronte ad un crimine.

Quelle regole da lui tanto difese erano diventate piccole e insignificanti rispetto a quelle due giovani vite che in pochi istanti, se solo lui avesse voluto, sarebbero potute scomparire .

Senza mai lasciare il mio sguardo un solo istante, José ripose la pistola nella fondina e si accese una sigaretta.

Ricordo che mi disse: “Nessuna somma di denaro vale questa vita, siete ancora in tempo per lasciar perdere oppure finirete in carcere prima che la barba abbia iniziato a crescere sul vostro volto. Trovatevi un impiego onesto e una bella moglie che vi coccoli tutte le sere.”

Poi, con la testa mi fece cenno di allontanarmi.

Presi il mio compare e sparimmo tra i tetti di Buenos Aires.

Venni a sapere, solo molto tempo dopo, che quel giorno quello sbirro si congedò, lasciando il distintivo sulla scrivania del questore.

Il detective Lopez non ne voleva più sapere di quella merda.

Lasciò un gran vuoto e divenne quasi un mito tra i poliziotti.

Lo cercai per anni ma le nostre vie si divisero.

Lui cambiò strada, si trasferì in campagna e iniziò proprio a fare il pastore.

Forse era quella la cosa che sapeva fare meglio: proteggere i deboli e poi darli in pasto agli umani. Come con i criminali, una volta arrestati li dava in pasto alle carceri.

Comunque, io non ascoltai il consiglio che mi diede anche se, a ben vedere, era un saggio consiglio.

Però, non finii mai in carcere, la barba crebbe sul mio volto e combinai casini su casini, vivendo sempre in quella condizione di ansia e incertezza a cui non riuscivo a rinunciare, una linfa vitale che mi aiutava ad esistere.

Esagerai più volte ma alla fine la scampavo sempre.

O meglio, l’avevo sempre scampata fino a quella volta in cui feci uno sgarbo ad un malavitoso italiano che per vendicarsi cominciò a setacciare tutta Buenos Aires.

Così, fui costretto a scappare.

Presi un treno verso il nulla e decisi di andare a cercare quell’uomo che quasi dieci anni prima mi aveva risparmiato.

Con quattro vestiti e un po’ di banconote nascoste nell’intercapedine della valigia mi diressi verso la costa atlantica.

Passai per diversi paesini, pernottai quasi ogni notte in una stanza diversa a volte come ospite, altre volte pagando.

Vivevo da fuggitivo da ormai sei mesi e, proprio quando avevo ormai deciso di ritornare in città, lo trovai.

Ero arrivato in una piccola stazione vicino ad un paesino di campagna, a pochi chilometri dal mare.

Ricordo ancora che la stazione dava su una piazza dove al centro c’era un botteghino che vendeva giornali.

Stavo sfogliando qualche rivista arrivata dagli Stati Uniti quando, alzando gli occhi, lo vidi seduto su una panchina che fumava mentre leggeva un giornale.

Aveva i capelli bianchi, doveva essere invecchiato in fretta.

Ero deciso ad andare da lui per fargli quella domanda che da dieci anni tormentava il mio animo.

Mi continuavo a chiedere perché proprio a causa mia aveva abbandonato la sua professione.

Cosa videro i suoi occhi quel giorno, cosa lo fece decidere?

Io ormai mi trovavo al limite, sapevo che se fossi tornato a Buenos Aires non sarei rimasto molto in vita.

E sapevo anche che continuando a spostarmi prima o poi sarei rimasto senza soldi e senza cibo.

Era forse giunto il momento per me di scomparire come lui.

Mi diressi verso di lui e una volta di fronte aspettai che sollevasse lo sguardo dal giornale.

Quando quegli occhi chiari si rivolsero verso di me, pensai che mi avesse riconosciuto ma invece mi disse :”Ci conosciamo? Posso fare qualcosa per lei signore?”.

L’uomo che era diventato la mia ossessione, un modello da imitare all’opposto, non mi aveva riconosciuto.

Forse, aveva dimenticato il mio volto ma, di certo, non poteva aver scordato quell’episodio.

Allora, come colto da un’infantile stupore gli dissi: “Si, ci siamo incontrati sul pianerottolo di un condominio a Buenos Aires circa dieci anni fa“.

José rispose di scatto: “E secondo lei io mi ricordo tutte le persone che ho incontrato sui pianerottoli a Buenos Aires ?”.

Ero incredulo, mi sembrava di parlare con un vecchio che aspetta solo che il tristo mietitore bussi alla sua porta di casa.

Dov’era finita tutta quella grinta con cui affrontava il mondo?

Avevo finalmente stanato il mio più grande antagonista e lui non considerava minimamente la mia esistenza se non per il fatto che gli avevo oscurato il sole sulla fronte.

Rimasi in silenzio e mi sedetti accanto a lui.

In silenzio e senza fare alcun rumore, restammo così, ad osservare le persone che freneticamente passavano per la piazza.

Mi venne il dubbio che avessi trovato solo un sosia o qualcuno che somigliasse molto a Josè ma poi quel vecchio uomo, così anonimo, se ne uscì con queste parole: ”Se hai qualche problema non ho voglia di litigare o perdere tempo. Sputa il rospo, cosa vuoi da me ?“.

Non risposi e lasciai che l’ormai ex detective riprendesse a leggere il suo giornale.

In fondo, quella vita lui l’aveva dimenticata.

Io invece no, avevo ancora la mia vita, che alla fine tornava sempre ad essere uguale a se stessa.

Neanche i criminali sfuggono alla monotonia.

Restammo ancora seduti su quella panchina come due sconosciuti e quando arrivò il treno lo lasciai.

Feci qualche passo in avanti e poi mi voltai, lui si toccò il cappello e mi sorrise.

Salii sul vagone e lasciai per sempre quelle terre.

Forse era giunto, anche per me, il momento di andare in pensione.

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