Exit

L’ORANGOTANGO.

Non era stata una sua scelta prendere quel treno, ma aveva l’incarico di consegnare il prezioso pacchetto che adesso teneva in grembo.

Ora, lì seduta in quel confortevole sedile di pelle blu, per lo meno non si sentiva più obbligata a mostrarsi sorridente con nessuno.

Tant’è vero che, inforcati gli occhiali da sole dalle lenti grigioverdi, il suo imperturbabile sorriso si era spento come un atleta esausto dopo la sua performance.

Avvertiva però ancora un leggero senso di disagio, come se avesse subito una sorta di sopruso a causa di quell’incarico accettato senza averlo desiderato.

Sarebbe stato sufficiente da parte sua un semplice no, ma proprio non le riuscì di rifiutarsi.

In realtà, ogni qual volta le si offriva l’occasione di fare qualcosa per qualcun altro sentiva dentro di sé come una leggerezza, come se ci fosse nella vita qualcosa di più importante a cui dedicarsi e poter dimenticare così, per un attimo, tutte le sue paure.

Per un suo fine non avrebbe mai preso quel treno, per quanto quel colore blu dei sedili le ricordasse qualcosa di piacevole, ma che non le riusciva proprio di ricordarsi.

Rinunciò presto ad occuparsi di sé, di quello che le suscitava il colore dei sedili e si guardò attorno come per cercare un ulteriore senso a quel viaggio che, suo malgrado, aveva intrapreso.

C’era un’altra ragazza nella sua carrozza che discuteva al telefono, probabilmente con l’amica del cuore.

Pensò che la cosa più significativa che quella ragazza riuscisse ad esprimere era il volume del chiasso che riusciva a produrre.

Si sorprese a pensare che, in fondo, un po’ la invidiava.

Si, era vero, invidiava la futilità di quello che diceva, la sua totale mancanza di compostezza e di attenzione verso quello che la circondava.

Si chiese, in cuor suo, quanto sarebbe stato bello esser così dimentichi di sé e non accorgersi di niente, proprio come quella ragazza che ora si stava macchiando un lembo della giacca nel meccanismo del bracciolo sporco di grasso.

Ma si stancò subito anche di lei e rivolse lo sguardo al paesaggio nella speranza che potesse darle più serenità.

Nella campagna che stavano attraversando, sotto un cielo grigio, vide un tiglio solitario e un giovane intento a fare qualcosa.

“Starà sicuramente incidendo nella corteccia di quell’albero delle parole d’amore” pensò istantaneamente, ma a quella fantasia ebbe quasi pena per se stessa.

Quanto le sarebbe piaciuto essere la destinataria di un simile gesto.

Stava ancora pensando a quel tiglio, come se fosse sdraiata alla sua ombra, come se il frusciare dei rami gli mormorasse “Resta qui, qui troverai la pace”, quando improvvisamente sentì provenire dall’altro capo dello scompartimento dei versi come di animale.

Le sembrò di essere stata strappata con violenza da un sogno romantico ed esser stata scaraventata in una giungla.

C’era un ragazzo che era fuori da ogni grazia e faceva dei versi, agitando le mani e le braccia in modo convulso.

La ragazza non riusciva a credere che quella scena fosse reale.

Si domandò cosa ci faceva in un mondo del genere, così imprevedibile e instabile, privo di senso per lei che ricercava bellezza e una ragione in tutto.

Il ragazzo prese a fare dei versi ancora più forti e come un primate si mise a saltellare sul sedile.

Infine, si rizzò in piedi, come sorpreso, e puntando un dito verso l’alto esclamò: “Oh bella! È passato l’orangotango!”.

Davanti a quella scena grottesca rinunciò definitivamente ai suoi sogni romantici.

Tutto quello che la circondava la riconduceva alla realtà ed avvertiva come un dovere aderire ad essa.

Un dovere più importante persino della sua idealizzata attitudine a cercare di essere sempre d’aiuto agli altri.

Cercava di sforzarsi, di immaginare le parole d’amore incise nella corteccia di quel tiglio, ma non le riuscì.

Rimase così, senza più illusioni, a contemplare tutta quell’umanità attraverso le lenti grigioverdi dei suoi occhiali da sole.

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