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LA TERRA E IL VINO.

Di un uomo che per troppo tempo ha visto solo grappoli e foglie verdi, cosa si può raccontare?

Non saranno certo le sue gesta eroiche ad avere impresso il suo nome in un libro sul vino, dimenticato in un angolo, in quella vecchia libreria di Rue Visconti a Parigi.

Arsène Dubois, un nome di quelli che sono perfetti per le iniziali sulla camicia.

Non era di certo un nobile o un ricco borghese, era piuttosto un contadino, uomo semplice con le mani tutte rovinate.

Ma al tempo in cui è esistito, qualcuno di molto importante aveva bisogno di lui.

Era l’unico infatti, in tutta la Francia, che potesse compiere quella missione, così ardua quanto bizzarra, frutto del capriccio di un regnante che sentiva il peso del suo nome e, soprattutto, quello di quei numeri che venivano subito dopo.

Napoleone, il Terzo, che da sempre si era ritrovato a lottare col fantasma del grande nonno figlio della rivoluzione Francese, aveva smarrito gli ideali che avevano dato vita alla sua stessa dinastia.

Quella volta però Napoleone, il Terzo, voleva dipingere una nazione forte e prosperosa davanti agli occhi di quel mondo che dalla finestra del suo palazzo gli appariva così piccolo.

Sempre dalla stessa finestra poteva vedere la tomba di Napoleone, il Primo, che sembrava vegliare sul giovane imperatore come la mano pesante di un padre che si scaglia sulla guancia del figlio.

Per cosa, se non per il vino?

In tutto il mondo era noto, già in quell’epoca, che il vino francese fosse il migliore, soprattutto da quando Napoleone, il Primo, aveva portato come souvenir dall’Italia le migliori selezioni di viti.

Allora, per l’esposizione universale dell’anno del Signore 1855, bisognava definire quali erano le tipologie e le zone di produzione delle differenti qualità di vino di tutta la Francia.

Non c’era nessun uomo in tutta la Francia che conoscesse la terra e il vino come Arsène Dubois.

Però, quando venne chiamato a corte e gli venne esposta su un tavolo la cartina del paese si trovò spaesato, lui ubriacone e ignorante, che una cartina non l’aveva mai vista prima in vita sua.

Sgranò gli occhi e indicò col dito la selezione di bottiglie che avevano portato i servitori.

L’imperatore assistette perplesso e, senza fiatare, fece cenno ad un ragazzo di portare una bottiglia e un bicchiere ad Arsène.

Arsène si stappò la bottiglia, rifiutando l’aiuto della servitù, e inizio a sorseggiare il vino.

Subito dopo se lo cacciò tutto in gola senza lasciarne una sola goccia.

Bruscamente, poi, appoggiò il bicchiere sulla cartina ed assunse un’espressione ancora più spaesata di prima.

Napoleone gli domandò se fosse tutto a posto.

Allora lui si diresse verso una finestra e si mise a guardare la strada di fuori.

Infine, si voltò verso il regnante e disse: “ Vedete sire, a me questi scarabocchi non dicono proprio niente.

Io sono nato in Borgogna, una stretta e lunga striscia di terra divisa da un fiume che si snoda tra verdi colline piene di viti.

A fine agosto, quando ci prepariamo per l’imminente vendemmia, la sera, finito il lavoro, mi sdraio sotto un vecchio pino, apro il panno dove conservo il formaggio e, con un grappolo d’uva e una bottiglia di vino bianco, aspetto il tramonto.

Lei confonde il vino con la guerra. La guerra si fa sulla terra ma il vino si fa nella terra.

E la terra non ha confini, non ci sono pali o bandiere a dividerla.

Il vino è come un’emozione che cresce dentro di noi allungando le sue radici e conquistandoci piano piano.

Poi, noi uomini cerchiamo di intrappolare quella magia in botti di legno.

Lasciamo il tutto a riposare per l’inverno e speriamo, in seguito, di gustare il profumo che è rimasto.

Sire, se devo essere sincero, io una cartina non l’ho mai vista prima.

Posso, però, raccontarvi come sulla riva destra della Saône il vento è più salato e il vino rimane sempre più acido sul palato.

Se si va più in altura, invece, il colore è rosso come quello dei petali di rosa dopo un temporale, quando sono carichi di acqua e il loro manto si tinge di una sfumatura scura tendente al bordeaux.

E questi vini sono corposi, riempiono la bocca e la tengono al caldo, curandola dalle male parole.

Vedete, io questo posso raccontarvi, di come un bambino, cresciuto sotto una vite, ha visto nascere mille sogni e mille colori in quelle botti che probabilmente sono poi arrivate alla vostra corte.

Ma, se voi mi chiedete di tracciare linee e confini come fossi un Marat del vino, io allora non sarò, come lui, assassinato da una donna in una vasca da bagno.

Perché il vino, come le donne, non può essere domato o limitato, ma può essere soltanto amato e ammirato.

Se voi mi concedete l’onore di raccontarvi come sia questo magnifico prodotto della terra ne sarò ben lieto, ma non chiedetemi di relegarlo al nome di un posto, poiché esso appartiene a Dio e non agli uomini”.

Napoleone, il Terzo, congedò Arsène, ma non rimase indifferente alle parole di quel semplice contadino della Borgogna.

Chiamò un suo ufficiale e gli chiese di tracciare la cosiddetta mappa del vino della Borgogna e come gesto di riconoscenza, o forse di convenienza, fece firmare quel documento a nome di Arsène Dubois, nato e morto in Borgogna.

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