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MIGLIORE AMICO. Pt.2

Erano nascosti sotto quella parete ripida e spiovente, come i ratti che la notte costeggiano i muri per non farsi vedere dai contadini.

A quel punto non mi rimase che mettermi in sella e avvicinarmi al loro accampamento.

In silenzio seguii il fuoco che si disperdeva nell’oscurità.

Per assurdo più mi avvicinavo e più la fiamma diventava fievole. 

Alla fine il fuoco si spense e cominciai a orientarmi seguendo l’odore del bestiame e le risate che rimbombavano tra i canyon.

Mi aspettavo di incontrare qualche vecchio mandriano e invece, sdraiati sotto le stelle, stavano quattro ragazzi giovani che spensierati chiacchieravano del più e del meno. 

Ce n’era anche un quinto, seduto in disparte.

Quando fui ormai a pochi metri quest’ultimo esclamò: “Fratelli salutate il nostro cacciatore. Ci insegue da giorni: merita la nostra stima e il nostro rispetto”.

Posai le mie stanche natiche vicino al fuoco, ormai ridotto in brace ardente e mi offrirono una coscia di quaglia e un bicchiere di rum.

Sulle loro facce si vedevano i segni di una vita vissuta troppo in fretta. 

Uno aveva una cicatrice che partiva dall’occhio destro e finiva poco prima del labbro. 

Non erano certo ragazzi cresciuti in una buona famiglia, erano più quei tipi venuti su a botte e sigarette.

Avevo fame e non aveva senso discutere in quel momento e così incominciai a bere con loro.

Un bicchiere e una storia, mi rimpinzarono e fecero dar aria alla mia bocca, arsa dalla sabbia e dal caldo.

Alla fine, come un fesso, venni preso in giro da quattro giovani, mi addormentai e al mio risveglio trovai un biglietto e una borraccia colma d’acqua.

Sul biglietto c’era scritto: ”Se il signor Hawks vuole il suo bestiame, deve venire a prenderselo lui”. 

Chissà quale brutta storia c’era dietro a quel furto.

Chiesi, una volta tornato, ma non mi venne mai data risposta su quale fosse il movente di quel crimine.

Di certo quei cinque diavoli non avevano attraversato la prateria per un pugno di giumente scarne e in cattiva salute.

Mi sentii sconfitto e pensai che non avrei mai potuto raccontare quella storia una volta tornato.

Il mio orgoglio non era mai stato colpito così nel profondo e, allora, non mi detti per vinto e mi spinsi verso Nord.

Avevano quasi cinque ore di vantaggio e il mio cavallo era sempre più affaticato.

Passarono tre giorni e di loro neanche una traccia.

Poi, un pomeriggio, mentre ero su un crinale intento a osservare l’orizzonte nella disperata ricerca di un segno, un proiettile venne sparato dal nulla colpendo i sassi vicino agli zoccoli del mio cavallo. 

Lui si imbizzarrì e cominciammo insieme a rotolare tra le rocce. 

Ricordo quella caduta: fu come se centinaia di persone mi avessero calpestato.

Quando ripresi i sensi mi trovavo in un luogo così surreale che mi ci volle qualche minuto prima di capire se ero ancora in vita.

Rivolsi subito gli occhi verso il mio amico e lo vidi disteso e ansimante, mi precipitai verso di lui.

Gli si era rotta una zampa e i cavalli senza zampe non possono andare avanti.

Come gli uomini, i cavalli esistono per correre e viaggiare e senza la possibilità di farlo restano solo esistenze inermi su un suolo nemico.

Il mio migliore amico era accasciato su quelle pietre in mezzo ad alberi completamente bianchi, il calcare in quella conca aveva pietrificato ogni cosa.

Ero forse finito all’Inferno?

La colpa era quella di essere il responsabile della morte di un innocente.

Fu allora, proprio di fronte a quello spettrale paesaggio, che mi resi conto di aver portato la mia ricerca sino a quel punto non per buona volontà, bensì per rabbia ed ego. 

Sfilai la pistola dalla fondina, tirai indietro il cane e posai il dito sul grilletto.

Il polso continuava a spingere la mia mano lontano dal mio fido destriero.

A volte bisogna fare quello che va fatto, giusto o sbagliato che sia.

In fondo, anche la morale è opera degli uomini e gli uomini di ciò che è bene o male non sanno proprio nulla.

Un solo colpo, il boato in quella natura fantasma e un ultimo respiro che uscì da quelle narici ampie sollevando la polvere.

Mi trovai disperso in mezzo al nulla, ero rimasto solo insieme alle mie colpe.

Passai ore a piangere seduto davanti a quella maestosa carcassa, abitata un tempo da un essere libero e puro.

Ma accettare la sconfitta non è affare degli umani. 

Non sappiamo perdere, vogliamo vincere e se ci capita di essere sconfitti troviamo sempre giustificazioni a nostro favore.

Vagai solitario, con brama di vendetta e pensieri che cercavano di rifugiarsi in quel poco di onore che ormai mi rimaneva.

Pensai che mi spettasse la medesima sorte del mio caro e vecchio amico. 

In fondo, era sempre stato grazie a lui che avevo potuto attraversare queste terre.

Gli stivali erano passo dopo passo più pesanti, il mio incedere sempre più disarmonico e frustrato.

Ero come un avvoltoio che volteggia sulla vittima di un altro predatore.

In quell’angolo di mondo desolato e sperduto non avrei resistito che pochi giorni.

Ma ancora, dentro di me, conservavo quell’antico istinto che ci spinge a cercare di sopravvivere nonostante tutto.

E infine, come se niente fosse, mi incamminai verso l’unica via possibile, sempre a Nord.

Lasciai così alle mie spalle un pezzo del mio cuore, della mia vita e mi portai nascosta nelle viscere una storia che fino ad ora non ebbi mai la forza di raccontare a nessuno.

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