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WHAT’S YOUR NAME ?

“A tutto s’abitua quel vigliacco che è l’uomo”, così sosteneva Fedor Dostoevskij.

Eppure, il nostro protagonista, nel pieno della sua maturità, non si era ancora abituato al proprio nome.

Sedeva, una nebbiosa mattina prima dell’alba, nel mezzo del suo studio, un ambiente che dava sul cortile interno della vecchia casa di famiglia.

Incrociò il suo sguardo da insonne con il plico di biglietti da visita che teneva, accuratamente, in un contenitore di cuoio su un vecchio e grande tavolo, adorno di carte e disegni, che fungeva da scrivania.

Trovò il suo nome estraneo a tal punto che non riuscì neanche a scandirne le lettere mentalmente.

Poi si soffermò sul titolo che precedeva il nome: “Architetto”.

“Chi ha mai scelto di fare l’architetto?” pensò.

Anche se la domanda più corretta, confessò a se stesso, sarebbe stata: “Che professione volevi fare?”.

Quest’ultima domanda non se l’era mai posta e aveva passivamente accettato il fatto che, alla terza generazione, doveva essere scontato per lui dare un seguito allo studio di famiglia.

In quell’istante, si posò allo schienale della poltrona roteando lo sguardo fino alla solitaria lampadina ancora spenta che pendeva dal centro del soffitto a volta.

Si sorprese a domandarsi il senso di quella banale lampadina che egli scherzosamente con i suoi clienti definiva “lampadario di Murano”.

Quella lampadina era in totale contrasto con tutti gli altri oggetti, tra i più ricercati, di cui si era attorniato.

Cosa si celava dietro quell’ironia nei confronti di quel luogo?

Era forse un mascherato atto di ribellione?

Non tardò molto nel divenire consapevole che si trattava di un pretesto per adagiarsi nella confortevolezza che quel decadente oggetto conferiva al suo studio, solo per sostenere quella parte che doveva interpretare e che gli costava fatica.

Aveva, in realtà, un estremo bisogno di sottili idiozie come questa per rendere il tutto più sopportabile.

Il rendersi conto di quella piccola meschinità nei confronti del suo stesso lavoro gli impedì di stare seduto lì un istante di più.

Scattò verso il tecnigrafo appoggiandosi allo schienale dell’alta sedia girevole, giusto il tempo che occorreva per notare un truciolo di gomma attaccato ad una matita meccanica e due lembi di un disegno piegato che non coincidevano come avrebbero dovuto.

Tutto quel che vedeva gli diceva che, la sera prima, le pulizie del piano di lavoro ed il taglio e la piegatura del disegno non li aveva fatti con la meticolosa precisione che gli era innata.

Non gli piacque per niente di vedersi in quella sua posa svogliata nei confronti del lavoro che comunque, scelto o meno, svolgeva da tanti anni.

Ad un tratto gli sembrò di aver sempre affrontato tutto con lo stesso piglio di un bambino capriccioso.

Si precipitò nel bagno privato nascosto dietro un piccolo disimpegno.

Quello era il suo idilliaco luogo di fuga e quella mattina non vi si era ancora recato, come suo solito, per sistemarsi barba e baffi.

Era questa un’operazione in cui cimentava ogni giorno con metodo quasi chirurgico, applicandosi con la più scrupolosa concentrazione, fin nei più piccoli dettagli.

Afferrò con la mano destra il suo rasoio con manico in legno scuro e intarsiato con madreperla in un motivo geometrico.

Fece poi tintinnare la lama di ottimo acciaio di Solingen sulla coramella in cuoio, fissata alla parete per mezzo di un uncino metallico, che teneva ben tesa con la mano sinistra.

Mentre si spalmava sul volto la crema si domandava se non si trattasse di un virtuosismo eccessivo usare quest’ultima anziché una banale schiuma o un sapone.

Tutto di quel suo rituale gli parve esser fine a se stesso.

Tuttavia quel quarto d’ora di raccoglimento gli consentiva di iniziare la giornata con il piede giusto, come se il prendersi cura di sé in quel frangente riuscisse a mitigare tutta la libertà di espressione che gli era stata da sempre negata.

Si rese anche conto, come mai prima, mentre percepiva il contatto metallico della lama sulla pelle del volto, che quest’ultimo era senz’altro il contatto più intimo che avesse mai percepito per mezzo del proprio corpo.

Fu proprio allora che cominciò a disegnarsi sul suo volto un tiepido sorriso di commozione.

Finalmente, sentiva di provare un sentimento di clemenza verso se stesso e le proprie menzogne.

Anche il suo nome, tutto sommato, non gli parve poi così sbagliato.

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