Exit

I PEPERONI DI RENATO.

Quella mattina Palermo era riempita da un sole caldo che invadeva ogni vicolo e ogni facciata di chiesa o palazzo.

 Le bianche pietre per terra si scaldavano e già nelle prime ore del pomeriggio sarebbero diventate roventi così che i bambini non avrebbero più potuto giocare scalzi per strada. 

Ma a Palermo c’è il mare ed io ero arrivato proprio da lì, o meglio, dal cielo sopra il mare. 

Un volo interno della Meridiana,  partito da Roma Fiumicino alle 6:50 e atterrato a Punta Raisi alle 8:00 in punto. 

Mi ero fatto accompagnare in centro da un taxi e avevo preso un caffè con un cannolo alla ricotta. 

Con la bocca ancora inebriata dai sapori di quella terra, avevo iniziato a camminare per le vie del centro, dirigendomi verso quello che doveva essere lo studio dell’artista che stavo per incontrare. 

Continuavo a pensare alle lezioni d’arte a scuola…  Non sono mai stato bravo a disegnare e mi è sempre dispiaciuto. 

Ho ammirato per ore nei musei i dipinti realistici e anche quelli metafisici, anche se non ho mai capito, in realtà, perché i critici e i professori abbiano voluto fare questa distinzione.

L’arte, per me, è sempre frutto di un processo metafisico. 

Io pittore non potevo diventare e quindi son diventato scrittore, a dirla tutta giornalista. 

Così, ero in Sicilia per quel motivo, per incontrare quello che era ormai un vecchio pittore realista. 

Portavo con me grande ammirazione per quell’uomo, più di tutto per la coerenza della sua vita nei confronti della sua professione. 

È raro trovare qualcuno che sappia essere ciò che fa e dice. 

Facile riempirsi la bocca e fare gli artisti, ma vivere come tali è ancora più elitario che essere bravi a dipingere. 

Seguii le indicazioni sino a quel vicolo ed una volta arrivato suonai il campanello. 

Si aprii il portone ed una voce profonda si fece grave tra le scale: “Secondo piano”.

 Quando arrivai, l’ingresso era già aperto e mi si presentò un corridoio stretto e lungo, sul fondo una porta spalancata.

 La stessa voce di prima disse : “Venga avanti, fino in fondo”. 

E così iniziò quel colloquio, come fossi un malato che entra nello studio di un medico e racconta i suoi sintomi al dottore. 

Lui stava seduto accanto ad una tela bianca, fumava e portava un maglione in cotone rosso da cui spuntava una camicia azzurra con colletto e polsini lisi. 

La stanza era piena di quadri, cavalletti e schizzi in carboncino sparpagliati in ogni dove.

Le finestre erano spalancate ed entrava una brezza salata, mentre il pavimento di piastrelle colorate era freddo e umido. 

Mi offrì un caffè e poi iniziammo l’intervista. 

Non aspettò le mie domande, iniziò  lui a raccontare.

 “Se non le dispiace io dipingo intanto, mi aiuta ad ordinare le idee. 

Ieri mattina sono stato al mercato e ho visto questi peperoni, così li ho comprati e adesso volevo dipingerli. 

Volevo che lei fosse spettatore di un processo genuino e puro, in modo che quello che produrrò sarà solo frutto di ciò che realmente so fare”.

Si mise di fronte alla tela dandomi le spalle, io rimasi seduto a pochi metri con il mio taccuino sulle ginocchia e la penna in mano. 

Cominciò a preparare i colori, mischiando quelli ad olio con la trementina.

 Poi, con un pennello sottile, tracciò dei contorni neri che definirono l’archetipo di quell’opera che, di fronte ai miei occhi, continuava a prendere forma, istante dopo istante. 

“Come diceva Leopardi, bisogna scavare nel petto per riuscire a tirare fuori qualcosa di bello ed autentico.

 Nessuno, che sia per un semplice schizzo o per un dipinto, nessuno prende in mano il pennello per produrre qualcosa di brutto. 

Bisogna creare senza fare i furbi, una linea deve avere sempre un significato, anche se semplice, deve rappresentare qualcosa e raccontare, proprio come un testo scritto racconta una storia. 

Picasso diceva che per lui tutti i disegni erano uguali, non ne esisteva uno migliore, l’importante era che ognuno riuscisse ad accettare il proprio stile. 

Spesso, siamo così rapiti da ciò che ci piace, dai nostri gusti personali, che non riusciamo a comprendere il vero scopo della nostra arte. 

La soggettività è uno dei più grandi mali dell’arte.

E non lo dico, mi creda, perché sono un realista, se vogliamo fare queste distinzioni, lo dico perché trovare i colori e le sfumature che meglio descrivono ciò che vediamo significa trovare una definizione oggettiva di se stessi. 

Bisogna accettarsi prima come uomini e poi come artisti“.

“ È molto interessante ciò di cui parla. Quindi, secondo lei, il processo artistico non è altro che accettare se stessi?”, chiesi.

“ La vita intera è accettare se stessi e l’arte non è che uno degli infiniti modi di vivere la nostra esistenza”.

Lasciò poi spazio al silenzio, che veniva continuamente riempito dalle volute di fumo attraverso le quali potevo intravedere solo pochi dettagli dell’opera che stava dipingendo. 

Mi alzai e mi avvicinai lentamente.

Quando fui vicino si voltò e mi guardò con occhi stretti, accennò un sorriso e si rimise al lavoro. 

Se posso dire una cosa dei pittori è che sono degli stakanovisti, lavoratori senza tregua, ovviamente se consideriamo l’arte un vero lavoro. 

Forse, più che un lavoro, è un modo di guardare e saper parlare a chiunque in modo diverso. 

Ricordo me stesso, lui e quei peperoni rossi appoggiati su un foglio bianco di cartoncino,  tutti racchiusi in quella stanza, così fresca e ricca di opere, per lo più incompiute. 

Aveva già iniziato a dipingere con delle sfumature verdi e delle tonalità di rosso più chiaro, quando ad un tratto si fermò, si voltò verso di me e mi disse: “Ma lei l’ha mai vista dal vivo ?”.

Io replicai: “Chi intende signore ?”. 

“Lei, e chi se non altro… Uno dei più grandi capolavori artistici del nostro secolo, Guernica”.

“ Purtroppo mai dal vivo, solo in fotografia. Mi piacerebbe andare un giorno a vederla, è al Prado giusto?”.

“ No, è alla Reina Sofia, sempre a Madrid. È un’opera senza tempo, che lascia perfino un amante della realtà come me senza parole.

Non si poteva descrivere meglio l’inferno che si scatenò quel giorno su quella  povera gente e sui palazzi di quella città. 

Quando la vedi dal vivo rimani a bocca aperta, non ti ricordi da dove vieni o quanti anni hai, sei solo l’immobile spettatore di una scena vivida e, per quanto astratta, fedele al fatto storico. 

Quello che più invidio di quel dipinto è proprio il suo essere così comunicativo e descrittivo. 

Oggi, nell’epoca delle fotografie che dipingono la realtà in modo fedele, Guernica riesce ancora ad essere la testimonianza più vera di ciò che l’uomo è in grado di fare, se guidato da falsi ideali. 

Quando la vidi per la prima volta, rimasi sopraffatto dalla sua grandezza.

 Non si tratta di esercizio, di tecnica o di abilità artistica ma è il frutto della necessità di Picasso, come uomo, di raccontare al mondo ciò che era successo in quella innocente cittadina della Spagna. 

Passai tanto tempo assieme a Picasso e ricordo che lui non credeva nell’ispirazione ma solo nell’elaborazione di un processo emotivo che si trasforma in arte. 

Arte, questa parola che amiamo tanto usare come sinonimo di bellezza e cultura, non è che il racconto di esperienze semplici, delle cose che ogni uomo può vivere.

 Forse, è proprio questo suo aspetto molteplice che la rende immortale“.

Non sprecai parole perché ciò che mi raccontava, con le lacrime agli occhi, era l’esperienza di un artigiano,  di un uomo che aveva speso la sua esistenza dipingendo la realtà.

 Se dovessi usare un aggettivo per quell’uomo userei proprio il termine “reale”. 

Non era uno di quegli artisti che cadono vittime del loro mito. 

Lui, ormai arrivato al tramonto del sua vita con umiltà, ancora teneva stretto tra le mani il pennello e continuava a ricercare la verità nelle cose semplici, come quei peperoni comprati il giorno prima al mercato Vucciria di Palermo. 

COPYRIGHT © 2020 ADEA EDIZIONI.

Close
Go top