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NON È VERO NIENTE.

LUI: « Ti ho detto di non insistere, è del tutto inutile. Ti ho già detto di no».

LEI: «Sei come un bambino cocciuto, privo di ogni minima forma di decenza. Quando comincerai a crescere? Dovresti solo vergognarti!».

LUI: «E invece non mi vergogno, fallo tu per me, se credi sia necessario. Fallo tu, che sei così brava, che ancora vivi nell’illusione che importi davvero a qualcuno che cosa prova chi gli sta di fronte. Si perché, nel caso non te ne fossi ancora accorta, ti informo che non frega proprio niente a nessuno di te, di me, di chiunque».

LEI: «Ma falla finita! Ti credi tanto intelligente e sprechi il tuo tempo solo a criticare tutto e tutti, come se tu fossi migliore degli altri. No mio caro, tu sei peggio, molto peggio di tutte quelle persone che non fai altro che giudicare».

LUI: «E chi lo nega? Su questo sono d’accordo con te. Però, non riesco a spiegarmi come sia possibile che tutti quelli che tu scusi e difendi, alla prima occasione, si comportino sempre in modo indegno. Parlano, dicono, promettono e poi ogni volta pensano solo ed esclusivamente a loro stessi».

LEI: «Tu invece no? Tu sei il primo, egoista e arrogante».

LUI: «Si è vero, sono egoista. Arrogante no, e se lo sono, ti assicuro, mai di proposito. Ma, almeno, non fingo di essere qualcos’altro. Lo sanno tutti come sono, non l’ho mai nascosto e infatti non sono simpatico a nessuno. Ho il coraggio, io, di accettare la mia condizione di infimo e spregevole essere umano».

LEI: «Ecco, ci risiamo. Adesso attacchi con l’autocommiserazione, a piangerti addosso, fino al gran finale, il tuo cavallo di battaglia. Ti prego, non farmi la scena del povero incompreso, di quello che sin da bambino nessuno capiva, che era troppo sensibile e ha dovuto crescere imparando a proteggersi e bla , bla, bla… Ti prego risparmiami».

LUI: «Ma scusa, non stavi uscendo? Si può sapere perché mai hai questo bisogno, tutti i santi giorni, di farmi la tua solita predica? Non capisco, davvero, sono sincero. È mai servita a qualcosa? A me non sembra”.

LEI: «Hai ragione, sono una stupida. Mi chiedo perché non ti lascio qui, da solo, ad arrangiarti, una volta per tutte. Avrei dovuto lasciarti già da tempo, lasciarti qui, a buttare via la tua vita. Ti voglio bene, lo sai, ma lo sforzo che mi costa mi fa soffrire troppo».

LUI: «E allora vai, nessuno ti trattiene. Sei libera di fare quello che più desideri. Nessuno ti costringe, di certo non io. Non voglio che tu soffra a causa mia».

LEI: «Mi fai schifo! Come puoi parlarmi in questo modo?».

LUI: «No, come puoi tu continuare a pretendere che mi comporti come vorresti, che sia una persona diversa da quello che sono? Dopo tutti questi anni dovresti conoscermi, dovresti sapere che non mi interessa in nessun modo piacere agli altri, partecipare a questa specie di farsa a cui tu tieni tanto”.

LEI: «E di me? Di me non ti importa niente ? Anche io sono come tutti gli altri, allora? Non hai un briciolo di cuore. Sei solo un vigliacco ingrato . Ti nascondi dietro le tue parole, i tuoi discorsi taglienti, la tua finta sicurezza, ma in fondo sei un poverino, un vile. Hai solo una fottuta paura di vivere e niente di più».

LUI: «Guarda, ti giuro che…».

LEI: «No non giurare, perfavore. Com’è che si dice? “Cavallo che suda, uomo che giura: non è vero niente”».

LUI: «Veramente, mia cara, hai saltato un pezzo: “cavallo che suda, uomo che giura e donna che piange: non è vero niente”. Casualmente hai saltato proprio il pezzo che ti riguarda».

LEI: «Basta, non ti sopporto più! Tu… Tu sei un maschilista, un misogino e anche un misantropo oltre che agorafobico. In poche parole, un inetto».

LUI: «Credi di farmi paura? Tanto lo so come va a finire. La solita scena madre, l’ennesima tragedia. Si, perché se non finisce tutto in tragedia qui non siamo contenti, non è vero?».

LEI: «Me ne vado, questa volta per davvero. L’hai voluto tu e ricordatelo. Ti auguro di pentirti e di soffrire, di sentirti così solo da aver paura di morire senza nessuno al tuo fianco. Perché è quella la fine che ti meriti !!!».

Passi concitati.

Una porta che sbatte con violenza.

Silenzio.

Passano pochi minuti.

LUI: «Pronto? Sono io. Ma dove sei andata? No dai non piangere, lo sai che non dicevo sul serio, che non penso quello che dico. E’ il fegato, lo sai che al mattino sono irascibile. Si no, lo so che è quasi sera, volevo dire che è dal mattino che… Dai ti prego, torna indietro. Va bene, vengo con te a quello stupido pranzo dai tuoi. No, scusa, non è stupido, hai ragione. Si, lo so che ci tengono, che i tuoi mi vogliono bene. Ma no, non ce l’ho mica con loro, lo sai che sono io che mi sento sempre a disagio. Si, lo so che non ho più quindici anni. Ti prego, puoi tornare che ne parliamo? No, io non parlo va bene, ti ascolto. Ti giuro che… No scusa non giuro. Ti prometto che ti ascolto, va bene? Ok, ti aspetto. Ciao, amore”.

Silenzio.

Passano altri minuti.

LUI: «Pronto? Ma dove sei, non hai detto che tornavi? Ah, capisco, hai deciso di andare a fare l’aperitivo con le tue amiche. No, no, hai ragione, meglio se resto un po’ da solo. Devo ascoltarmi, hai ragione, capire cosa provo davvero, vedermi per quello che sono. Si ho esagerato. Come ? Certo fai bene, non ti preoccupare per me. Tu stai bene? Ecco, questa è la cosa più importante. Ti aspetto a casa. Ciao, a dopo”.

Silenzio.

Dopo pochi minuti.

LUI: «Pronto? Scusa, posso parlare? Ti disturbo. No, no, tutto bene. Che confusione, mi senti? Ah sei in piazza, che bello. No, non vi raggiungo, resto a casa, non me la sento. Salutami tutti. Mi dispiace tantissimo sai, mi vergogno per le cose che ti ho detto, perdonami se puoi. Posso chiederti solo una cosa? Quella nuova serie televisiva di cui mi hai parlato ieri, di quelli che svaligiano una banca… Si, quelli che si danno i nomi di città… Come si intitolava che la cerco? Ah, è vero, grazie, sei un tesoro. Certo, certo che voglio vederla insieme a te. Magari guardo solo la prima puntata, intanto che arrivi…”.

Non è vero niente.

Mai.

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