Exit

La tigre e il leone.

PRIMA PARTE.

Chiudere gli occhi e non pensare è difficile. Per me era impossibile.

La testa continuava il suo lavoro senza sosta, come una fabbrica attiva giorno e notte, una tempesta di pensieri che senza un verso continuavano ad andare all’impazzata senza trovare mai pace.

Era una sera di maggio, quando dal finestrino dell’aereo vidi comparire una macchia immensa di luci che si disperdeva ovunque il mio sguardo potesse rivolgersi. Pensai che quella doveva essere solo un’illusione, suscitata dai drink bevuti sull’aereo.

Atterrai a Mumbai intorno alle undici di sera e fu allora che realizzai il significato di quella distesa di luci. L’umanità pensai, solo l’umanità può essere così grande.

L’aria era umida e pesante, dentro l’aeroporto una surreale foschia attutiva tutti i rumori rendendo l’atmosfera ovattata.

Come fossi entrato in un sogno, uscii dall’aeroporto e mi tuffai in quella città, come un turacciolo in mezzo all’oceano.

Mumbai teneva in serbo per me ancora molti segreti, e restava nella mia piccola mente occidentale un profondo enigma.

L’hotel che avevo prenotato era vicino al porto e quando ci arrivai realizzai che le foto che avevo visto dovevano essere state scattate molto tempo prima.

Ma in fondo, anche questa considerazione era solo un retaggio della mia inclinazione europa, che ancora mi teneva legato a consuetudini e certezze che presto avrei perso.

Sono un fotografo e il mio mestiere è riportare al mondo ciò che i miei occhi vedono.

Non perdetti tempo quella sera, uscii con la macchina fotografica a tracolla e iniziai a camminare.

Mi muovevo restando nell’ombra, cercando per quanto mi fosse possibile, di non farmi notare.

Passeggiavo e sempre più tutta quella vita, quel movimento infinito, mi affascinava. Cominciai a seguire un gruppo di persone che in modo frenetico camminavano al centro di una via, alcuni cantavano, altri borbottavano e altri ancora sputavano.

Arrivai in un vicolo stretto e le persone passarono tutte in fila per una porta arancione, incorniciata da luci colorate.

Un odore forte di incenso usciva da quel luogo scuro che sembrava appartenere a una realtà parallela.

Un portale verso un mondo oscuro che, probabilmente, si apriva solo di notte. Nascosi la macchina fotografica sotto la camicia ed entrai.

Le pareti erano nere e sul pavimento era pieno di escrementi di pipistrello.

Le persone erano tutte scalze, chi per terra, chi appoggiato ad una parete.

Proseguii seguendo il suono di mille voci che strillavano imitando un canto.

Quando fui sull’ingresso di una grande sala, una mano mi afferrò il braccio e mi tirò indietro verso un angolo buio.

Quando mi voltai vidi una donna, per metà coperta da un velo blu trasparente che aveva i polsi avvolti da bracciali d’argento, un viso sottile e appuntito, con occhi scuri incorniciati da una forte linea di trucco sulle palpebre.

Mi disse : “Cosa fai? Tu non puoi stare qui, stammi accanto e non ti succederà niente. Dammi un offerta per il dio Shiva”.

Tirai fuori quelle poche rupie che ero riuscito a cambiare in aeroporto e lei me le strappò dalla mano prima che me ne accorgessi.

Mi fece sedere dietro una colonna e mi disse:” Ascolta…”.

Sbirciando riuscivo a vedere un uomo mezzo nudo con delle linee arancioni sulla fronte e un turbante.

Le persone ballavano e cantavano immerse in un fumo bianco, come fantasmi si muovevano senza controllo.

Uscii dal quel luogo solo all’alba mattina.

Ero rimasto ore ad osservare quegli uomini danzare e la città nel frattempo non si era mai fermata.

Ogni singola vita aveva continuato il suo esistere in quel caos apparentemente senza ordine.

Eppure tutto, come per miracolo procedeva, le auto si sfioravano ma non si toccavano, tutto scorreva senza sosta.

La donna era restata con me sino a quel momento senza dire più del necessario e mi dava ordini come fossi la sua scimmia ammaestrata.

Mi fece cenno di seguirla, mi condusse al porto, passando per vie strette e oscure dove il cielo si vedeva tra i cavi dei tralicci.

Era grigio quella mattina. Ci sedemmo di fronte al mare a fissare i gabbiani, poi lei mi disse: “Laggiù c’è un’isola, io sto per partire per un viaggio”.

“Come mai vai su quell’isola?”.

“Per pregare il mio Dio, Shiva”.

Non avevo mai dato tanta importanza alla religione ma quel posto, quelle persone così devote, avevano costretto il mio animo cinico a mettersi in discussione.

La donna si allontanò, scomparendo dietro al traffico e mi lasciò lì, solo e disperso in una metropoli che non conoscevo.

Continua…

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