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La tigre e il leone.

PARTE SECONDA.

Continuavo a camminare seguito sempre da qualche bambino incuriosito per il mio aspetto.

Ero solo e diverso, in quella moltitudine di persone, due mondi che si erano incontrati, Oriente e Occidente.

In quel momento, nel mio cuore si svelò una profonda compassione.

Non provavo pena ma comprendevo la necessità di tutto quello che vedevo e vivevo.

La mia vita, che credevo intensa, mi sembrava d’un tratto così superficiale… Che ne sapevo io della sofferenza, della fatica, della fede?

Non avevo paura, tutto era così ospitale e chiaro eppure, la miseria era reale, di fronte agli occhi di tutti.

La tigre non nascondeva le sue ferite, mostrava a chiunque la realtà nuda e cruda.

Nella città dove ero cresciuto in Europa, tutto era ordinato e pulito, le strade chiare e piene di auto tutte in fila, poi ai bordi qualche senzatetto, ma niente di più.

Sotto la criniera del possente leone, però, si celano ferite e graffi che non si rimargineranno mai, una civiltà che sin dal principio è nata decadente.

Mumbai e il suo traffico proliferavano di vita, tutto scorreva in continuo cambiamento.

Se ti voltavi dove avevi posato lo sguardo un momento prima qualcosa era diverso, un particolare o addirittura potevi vedere un via creata in mezzo al nulla.

Notte e giorno, la tigre si leccava le ferite diventando sempre più forte. Mi ero ritrovato in mezzo a una giungla, dove tra le piante, il leone e la tigre si continuavano a studiare.

A un tratto vidi dei resti di una casa e mi colpì, tra tutte quelle macerie, in particolare un muro che intravedevo dietro cavi arrugginiti che spuntavano da alcuni pilastri.

Mi avvicinai gattonando finché non mi trovai tra quattro muri senza soffitto. La ruggine e la vernice si erano amalgamate su quei mattoni dove solo pochi pezzi d’intonaco rimanevano aggrappati.

Era scomparso tutto, il rumore dei clacson, le voci: mi trovavo di colpo solo e in silenzio.

Cominciai a scattare delle fotografie e d’improvviso nel mirino mi comparve una bambina, che si metteva in posa davanti all’obbiettivo.

Continuai a scattare, era un gioco divertente, lei ballava tutta contenta e spensierata, non vedeva me, ma stava vivendo il suo sogno.

Per qualche istante era come se fosse una diva, una giovane tigre che scopre la sua bellezza.

I suoi occhi raccontavano una vita di donna nascosta sotto i panni di una ragazzina. Il mondo non aveva permesso alla sua infanzia di esistere a lungo, con un taglio netto l’aveva interrotta, rivelandole così i suoi segreti.

Ad un tratto, una voce.

La ragazzina si voltò, mi guardò terrorizzata e corse via.

Mi sedetti in silenzio e mi accesi una sigaretta. Seduto nella penombra prendevo tregua dal caldo. Ascoltavo i rumori che si facevano sempre più lontani. Così la stanchezza ebbe il sopravvento e mi addormentai.

Mi svegliai che era ormai sera, il sole era sceso dietro ai palazzi e la notte avanzava per le vie della metropoli.

Sopra la mia testa udivo delle voci e del rumore di posate sui piatti.

Mi addentrai in quel tetro palazzo, non era mai stato finito eppure in quel cantiere avevano trovato rifugio delle famiglie che la sera si sedevano a tavola.

L’atmosfera era cambiata, salii delle scale ripide e strette e mi ritrovai su un pianerottolo, un odore di cucina mi spinse di fronte a un telo usato come porta, dietro si udivano risate.

Inciampai non vedendo un gradino, apparve subito un uomo che mi guardò con occhi minacciosi, poi mi tese una mano e mi invitò a entrare in casa sua.

Mi sedetti insieme a lui e alla sua famiglia per terra, la moglie mi diede del riso in una ciotola di metallo e affamato come ero mi tuffai in quel piatto così modesto, quanto buono.

I bambini vedendomi mangiare, ridevano e il padre allora li riprese, poi si accese una sigaretta e mi disse: “Cosa ci fai qui? Di solito voi europei non venite in questi quartieri”.

“Sono un fotografo e amo spingermi dove gli altri non sono mai stati”.

“Fotografo?, deve essere una bella professione, ti piace?”

“ Si molto, è la mia passione e il mio lavoro”.

“ Anche io prima amavo il mio lavoro, ero un contadino. Poi il progresso, le piogge e la siccità hanno distrutto il mio piccolo terreno. Così ho portato la mia famiglia qui per cercare altre opportunità”.

“Deve essere stato difficile passare dalla campagna a una grande città”.

“ Lo è stato, e molto anche, ma vedi, ognuno di noi deve compiere il suo viaggio, per tutti arriva il momento di lasciare ciò a cui siamo attaccati e guardare avanti, verso il futuro. Nel mio caso i miei figli sono il mio futuro, sono il futuro di questo paese. E tu invece, anche tu sei partito, come mai? Solo per scattare qualche fotografia…?”.

Non sapevo davvero rispondere a quella domanda.

Quale fosse il motivo che mi aveva spinto in India a cercare cosa, non lo sapevo e ancor più misterioso era il motivo che aveva spinto un europeo nei sobborghi di Mumbai, fino sedersi a tavola per cena insieme ad una famiglia indiana, in una casa delimitata da tende e muri mai finiti.

Guardai quelle persone un ultima volta: in quel posto così bizzarro avevo trovato il significato di casa.

Ritornai sulla banchina del porto e fissai l’orizzonte, lasciandomi alle spalle le luci di Mumbai.

Forse era giunto anche per me il momento di scoprire quell’isola in mezzo all’oceano.

Nella giungla della vita, la tigre e il leone si erano finalmente svelati, l’uno all’altro.

Era tempo di partire.

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