Exit

Le scarpe rosse.

Piove a dirotto, Dio se piove. Anche questa sera, come ieri e gli ultimi giorni, solo e sempre vento e acqua.

Questa mattina sono uscito dall’albergo sotto un cielo di nuvole grigie che sembravano sul punto di cadere a terra da quanto erano cariche di pioggia.

Ed io, nonostante ciò, non ho preso l’ombrello, ho voluto sfidarlo quel trionfo di piombo sulla testa.

Così mi sono incamminato verso il Conservatorio a piedi, come faccio tutti i giorni.Che poi, a dirla tutta, non c’è nemmeno un taxi in questo piccolo borgo ai confini del mondo.

Ma cosa esiste a fare il Belgio ? mi chiedo, con le sue città e i suoi paesaggi tutti uguali, i suoi colori tristi e quel mare, che sembra sempre inverno.

Non fosse per la birra e il cioccolato o per Bruxelles, sede del ridicolo parlamento europeo, che a cosa serve non l’ho mai capito, ma chi mai al mondo, sano di mente, verrebbe in un paese simile?

E poi che lingua parlano qui? Un misto di olandese, francese, tedesco, fiammingo… chi li capisce?

Ormai è quasi un mese che per lavoro, mi trovo in questa maledetta cittadina, con le sue strade fatte di ciottoli e lastre di pietra levigate, strette, le case basse con i tetti in ardesia, addossate l’una all’altra, tanto che soffocano la vista.

Ogni tanto si apre una parvenza d’orizzonte su un piccolo slargo o una piazza.

Allora si viene colti di sorpresa dall’istinto di respirare a pieni polmoni per fare riserva d’aria, prima di infilarsi di nuovo in uno di quei vicoli, tutti uguali.

Mi mancano le grandi piazze assolate della mia città, che danno sul mare, i suoi viali larghi e alberati, i suoi eleganti palazzi in stile liberty.

Mi mancano le mattine che trascorrevo seduto all’aperto nel mio caffè preferito.

Stavo lì per ore, a fare niente, se non guardare la gente che passava. Spesso chiudevo gli occhi e ascoltavo, i rumori, le voci, i silenzi.

Mi concentravo così tanto, a volte, che mi sembrava di poter sentire i pensieri delle persone, i loro stati d’animo, i battiti dei loro cuori.

Ascoltare è il mio mestiere, sono un accordatore, uno degli ultimi rimasti.

Ormai tutti utilizzano i sistemi digitali, ma quando si tratta di dover accordare degli strumenti musicali antichi, non c’è niente che funzioni meglio del caro vecchio udito dell’homo sapiens, se è allenato e virtuoso, proprio come il mio.

Non esiste nient’altro al mondo che possa restituire a quelle meravigliose opere dell’ingegno umano il loro originario e immacolato suono.

Per questo motivo mi trovo in questo posto infame dove, malgrado ogni più remota ipotesi, sono conservati alcuni tra gli esemplari più preziosi al mondo.

Il Conservatorio custodisce al suo interno un’incredibile collezione di strumenti di ogni epoca e il suo direttore ha avuto la brillante idea di organizzare una serie concerti con i più virtuosi interpreti del pianeta.

Così mi hanno chiamato, per accordare ogni giorno quella viola piuttosto che quel clavicembalo e così via e prestarmi, mio malgrado alle bizze di quei boriosi palloni gonfiati che sono i concertisti, pseudo intellettuali e artisti frustrati.

Povera, mia amata musica, che brutta sorte ti è toccata per colpa di questi imbecilli, a te e a me, insieme a te.

Sono fradicio dalla testa ai piedi, ho preso su solo l’impermeabile.

Che stupido sono stato, lo sapevo che finiva così, ma ci ho provato, è più forte di me.

Questa dannata pioggia finirà col rovinare le mie belle scarpe italiane, di fattura artigianale, con le loro linee rotonde e perfette, sensuali, le adoro.

Sono ossessionato dalle scarpe, ne ho un numero vergognoso.

Ognuno ha le sue passioni, le sue ossessioni, le proprie perversioni, così io sono letteralmente succube, non resisto al fascino di una bella scarpa.

Ci sono quelle inglesi, ad esempio, austere e sobrie, ti accompagnano nella vita. All’inizio fanno male, ma poi prendono la forma del tuo piede.

Ma quelle italiane, sono le mie preferite, con il loro inconfondibile odore di pelle e cuoio, i lacci fini, le cuciture a mano.

Quelle che quando le indossi già la prima volta ti calzano come un guanto, che cammini e ti sembra di volare leggero, felice.

Per me, uomini e donne, valgono tanto quanto le scarpe che indossano.

Ogni persona, poi, ha un suono, un suono solo suo e io riesco a coglierlo, in tutti, sono bravo in questo.

Su questo suono e sulle scarpe, fino ad oggi, ho costruito la mia vita, il mio giudizio sugli altri, la mia percezione dell’umanità.

Faccio sempre la stessa strada per tornare in albergo, anche oggi deserta.

Non manco mai, lungo il tragitto, di fermarmi qualche minuto ad osservare la vetrina dell’unico negozio di calzature di questa misera cittadina.

In realtà, è un bel negozio, con l’insegna nera e gialla, la porta in legno con la maniglia in ottone e i vetri cattedrale colorati.

Si, mi fermo anche oggi, così almeno riesco ad accendermi una sigaretta, che lì c’è una piccola rientranza.

Quando arrivo al negozio non posso credere ai miei occhi: al centro della vetrina, ben illuminate, campeggiamo due bellissime scarpe da donna, rosse, con un tacco dodici, stupende.

Ma dove le hanno trovate i belgi delle scarpe così belle?

D’un tratto mi si serra la gola, il cuore perde un battito.

Tic, toc.

Arriva qualcuno. Lo riconosco, anche se c’è il rumore della pioggia, è il suono delle scarpe con i tacchi di una donna.

Tic, toc.

Si avvicina. Ha un passo sicuro, anche se è bagnato, anche se questa strada è piena di ciottoli.

Tic, toc.

Il tempo si è fermato, tutto si è congelato, immobile. Vedo ogni cosa in bianco e nero, come in certe fotografie, ho lo sguardo fisso sulla vetrina, solo le scarpe sono colorate di un rosso acceso e caldo come il sangue.

Tic, toc.

No, non è possibile, non può essere. Dal suono dei sui passi indovino già il suo aspetto. E’ bellissima, alta, fianchi sottili, ha un incarnato bianco come le donne nei quadri dei fiamminghi, ha certamente gli occhi blu oltremare come la ragazza di Veermer.

Tic, toc. Tic, toc.

Sta accelerando il passo. Per me è finita, se mi volto a guardarla sarò suo per sempre. Capisco dalla cadenza dei suoi passi che è coraggiosa, fiera, generosa.

Tic, toc. Tic, toc.

Riesco a sentire il fruscio del suo soprabito, del suo vestito, indossa biancheria di seta. Indovino già il suono della sua voce, calda e dolce come un nettare, le linee e i contorni del suo viso, delle sue labbra sottili, delle sue dita affusolate. Il colore rosso, come un tramonto, dei suoi capelli.

Tic,toc. Tic, toc.Tic, toc.

Mi ha visto, viene da me, ha aumentato ancora la cadenza dei suoi passi.Ti prego cambia strada. Ma lei no, non arretra, non ha paura.Ha capito tutto, sento il suo respiro, lieve, calmo, sincero. Vuole una conferma, vuole che mi volti verso di lei.

Tic, toc. Tic, toc. tic, Toc.

E’ sempre più vicina. Perchè mi fa questo? Se mi volto sarà per sempre, sarà fino alla fine dei nostri giorni e anche oltre.

Tic, toc. Tic, toc. Tic, toc. Tic, toc.

Resisto imperterrito con gli occhi fissi sulle scarpe rosse. Se la guardo, niente sarà più come prima, niente potrà separarci, nessuna guerra, nessun terremoto o nessuna epidemia, niente al mondo.

Potrei anche imparare per lei ad amare il Belgio. No questo no, impossibile. Piuttosto la porterò nella mia città, dove i raggi del sole faranno a gara per posarsi sul suo viso.

Tic, toc. Tic, toc. Tic, toc. Tic, toc.

Riesco a sentire il suono di ogni singola goccia d’acqua che si frange al suolo e in mezzo , senza alcuna pietà, senza darmi tregua, il suono dei suoi passi. Ormai è distante pochi metri.

Tic, toc. Tic, toc. Tic, toc.

Ha rallentato. Lei ha già deciso. Il tempo non scorrerà più come prima. Ti prego, fa che questo istante sia eterno.

Tic, toc. Tic, toc

Non farmi scegliere. Ho paura. Qualcuno ha detto che desideriamo proprio ciò che ci fa più paura, dove l’ho letto?

Non ricordo.

Tic, toc.

Un fragore assordante. Non è la pioggia, non è il vento, è il mio cuore che batte all’impazzata, non riesco più a sentire nulla.

Tic,

toc…

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