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LA TERRA RIPOSA CON LUI.

Mio nonno, per me, è il canto sbuffante di un trattore in lontananza, che riecheggia giù nelle valle, tra le vigne e gli uliveti.

Lo sento brontolare, tra il sonno e la veglia, all’ombra di una quercia nel sole del meriggio, come le voci nei sogni, come le voci dei grandi dopo il pranzo della domenica, quando ci si appisola con la testa sul tavolo.

Lo vedo, ancora oggi, che armeggia col suo coltello e un pezzo di legno, il cappello di paglia e la sigaretta, una Nazionale, stretta tra i denti.

Non sapeva che poche parole in italiano.

Sapeva di più il tedesco e l’inglese, lui che aveva girato mezzo mondo.

Chissà quante mani avrà stretto con le sue, così forti e ruvide, così grandi ai miei occhi.

“Si impara meglio con le mani che con la testa…” — amava ripetermi quando mi vedeva perso in qualche libro — “Dalle mani puoi sapere tutto di un uomo, della sua vita. Ma cosa leggi a fare? Vieni qui che ti insegno io come si sta al mondo”.

Poi la sera, stavamo per ore seduti davanti al camino a fissare in silenzio il fuoco, che il fuoco non ci si stanca mai di guardarlo.

Ogni tanto, rompeva quell’incanto solo per regalarmene un altro e mi diceva: “È come guardare il mare, non credi? Il fuoco è come il mare. Non puoi neanche immaginare quanto mare c’è da qui all’America. Non sono mai riusciti a misurarlo, sai?”.

Prima di andare in America, aveva fatto la guerra anche lui e se l’era scampata a fatica, con quella pellaccia dura che aveva.

In Africa contro gli inglesi e poi contro i tedeschi, nascosto nei boschi e nelle grotte, come facevano i briganti quando sono arrivati i Piemontesi, mi diceva, come faceva suo nonno, che quelli del Nord non aveva mai capito cosa fossero venuti a fare.

E anche lui aveva le sue antipatie, in particolare proprio per gli inglesi e i tedeschi.

Non accettava l’idea che ci si potesse fidare di chi gli aveva sparato alla schiena mentre cercava solo di tornare a casa.

“Amici ? Ma quali amici !” diceva sempre e chissà oggi cosa direbbe…

Lui mi ha insegnato che gli ulivi profumano d’argento, che le pesche le colora il sole e che i fichi sono labbra di sangue.

Nei frutti della terra trovava il senso di tutto: «Nella terra c’è il segreto delle stelle infinite del cielo…», mi diceva accennando un sorriso.

Una volta siamo stati per dei giorni nel frantoio, davanti alla grande macina di pietra.

Mia nonna ci portava da mangiare e noi restavamo lì a far la guardia alle olive, che avevamo raccolto per più di una settimana.

Aspettavamo il nostro turno, in mezzo a tante persone, stretti come le bestie quando le chiudi nella stalla.

Lui, se era allegro per il vino, scioglieva il broncio che aveva sempre e si metteva a suonare la sua fisarmonica con i tasti in madreperla.

Allora tutti cantavano e ballavano, mentre la macina girava.

Lentamente, goccia dopo goccia, un liquido dorato e denso andava a riempire grandi otri di terracotta, come quelli che i greci dipingevano con i miti degli eroi, antichi come il tempo.

Anche lui, per me, era un eroe.

Il suo volto, levigato dal vento e dal sole, dalle notti e dai giorni che aveva vissuto, mi parlava di fame e fatica, di lotta e speranza, di un mondo che scompare ogni giorno di più.

Lo sapevo che un giorno se ne sarebbe andato in silenzio, così come aveva vissuto.

Nella sua camera c’era un grande letto, che da bambino non riuscivo a salirci sopra, tanto che era alto.

Una sera è andato a dormire in quel letto e ha chiuso i suoi occhi cerulei, per sempre.

La terra, da allora, riposa con lui.

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