Exit

“Abdullah”

Era una notte lunga d’estate, di quelle in cui il vento inizia a soffiare verso le quattro del mattino. 

Le stazioni ferroviarie,  in Germania, in queste notti riacquistano un’atmosfera romantica e sublime, celano misteri e fantasie che travalicano i limiti che la realtà, inutilmente, cerca di porre.  

E io, di tutte le stazioni tedesche avevo scelto quella di Bremen, foglie di quercia spalmate sul pavimento grigio, a sinistra i tram e sopra in alto l’insegna luminosa che regna spettrale, immersa in una sinistra foschia, “Bahnhof”. 

Ero solo un cameriere latino, che abituato alle sere mediterranee vagava in lungo e in largo, aspettando che un po’ di musica uscisse da qualche finestra o da un angolo di qualche via. 

Alla fine trovavo rifugio in una qualche birreria affollata di gente e di fumo: un bicchiere dopo l’altro lasciavo andare le gambe stressate e tirate dalla lunga giornata di lavoro. Restavo appoggiato a un bancone finché il titolare non mi sbatteva fuori per chiudere.

A quel punto andavo sempre alla stazione e aspettavo, che cosa in realtà non lo sapevo… Stavo lì ad aspettare con la voglia inconfessata di prendere un treno e viaggiare lontano. 

Il cameriere, in fondo, se avessi voluto, avrei potuto farlo ovunque: è uno dei pregi di questo lavoro. 

Quella notte  stavo seduto con un kebab in mano e una lattina di birra appoggiata sulla panchina, un po’ di erba in tasca.

«Mi raccomando» dicevo a me stesso, «se arriva la polizia devi buttarla via». 

Insomma, ero lì ad aspettare l’alba e mi facevo i fatti miei, quando un ragazzo si sedette accanto a me, mi guardò e sorrise, poi mi porse la mano e disse: «Piacere  Abdullah»

Io risposi e gli strinsi la mano, aveva una stretta forte e vigorosa, sebbene fosse di corporatura gracile e i suoi avambracci sembrassero stecchini di legno frettolosamente agganciati alle mani da un qualche falegname. 

Mi chiese se aspettavo il treno, gli risposi che aspettavo di iniziare il turno al lavoro, allora mi sorrise e disse «Per un latino la Germania deve essere noiosa» .

Mi misi a ridere e gli chiesi da dove veniva. Lui esito un’istante e rispose: «Kabul»,  e allora gli dissi che anche per lui la Germania doveva essere noiosa.

Alzando il sopracciglio mi fissò dritto negli occhi dicendomi: «Dalle mie parti mi divertivo più di quanto tu possa immaginare».

Poi continuò a raccontare, con una voce che sembrava provenire da un altro tempo e da un altro spazio, come nei sogni: «Le notti a Kabul sono magiche. Vedi amico mio, quando le bombe e colpi di fucile si fermano è un breve ma intenso spazio di tempo. Succede solo durante la notte. L’umanità nonostante tutto continua la sua esistenza. C’è chi deve fare affari, chi tessere il vestito da sposa per la figlia e chi acquistare una nuova macchina. 

Il mio non è un paese tranquillo Latino, ma la notte quando la guerra e la storia lasciano, finalmente,  spazio alla monotonia delle singole vite, in quel momento il tempo si ferma e ogni cosa va come deve andare, senza che niente la stravolga. 

Un manto di piccole luci riempi le vie e un brusio di voci si disperde nelle case. 

Le Notti a Kabul sono magiche, il vento arriva come un sussurro  dalle colline dove le abitazioni si ammassano tra di loro, tentando invano di raggiunger la cima. 

Sui tetti di  Kabul puoi vedere tutto questo ed io lì passavo le notti d’estate con mio fratello Hakmad, mangiavamo datteri e lanciavamo i noccioli giù nelle vie: qualche volta prendevamo in testa quelli che passavano e si sentivano le loro voci imprecare contro il cielo. 

A Kabul l’acqua spesso manca ma l’elettricità scorre a fiumi in ogni dove. 

Compravo sempre le sigarette dei soldati americani, quelle erano le più buone: Marlboro, Camel e Lucky Strike. Le

“Le mille e una notte”, Latino, nella mia amata città ogni notte diventano realtà: migliaia di storie in un silenzio di seta prendono vita e, solo a chi le sa ascoltare, svelano i loro segreti.

E quando, infine, il sole comincia a sorgere nella pianura si diffonde la voce del muezzin che, dall’alto dei minareti, recita il suo canto: se non altro abbiamo Dio, come tutto inizia tutto prosegue verso la sua inevitabile fine, questo è il mondo, questo è l’uomo, Latino. 

Se non l’hai mai vista devi venire a visitarla. Chiedi di Abdullah e tutti ti daranno ospitalità.»  e come si era seduto si alzò e se ne andò. 

Mi lascio solo con il mio cuore e il suo racconto ancora caldo tra le mani, come fosse un piccolo uccellino in cerca di un rifugio.

I raggi del sole cominciavano a filtrare  attraverso le vetrate opache della stazione e un altro giorno di lavoro incominciava.

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