Exit

La stanza di Caroline.

Era un’appartamento al settimo piano di un vecchio palazzo in Rue D’Abukir,  accanto al Marais,  in quella che per molti non è più Parigi. 

Le strade e la gente che vi circola sono molto più a Oriente e la vecchia Europa, di cui Parigi era la capitale, lentamente diventa solo un lontano ricordo. 

Caroline viveva li, in quello studio bohémienne che aveva affittato da un marocchino. 

La sua casa non era che una stanza con due finestre, la cucina, il bagno e un materasso appoggiato sul pavimento. 

La cosa che più amava Caroline di quella misera abitazione erano le due finestre che davano sui tetti, si vedeva la Senna, la Tour Eiffel e anche l’Arco di Trionfo.

 La sera si sporgeva da lì, con una tazza di te e una sigaretta rollata, ammirava il tramonto e volava via con le nuvole come una mongolfiera che,  se lasciata andare, spicca il volo. 

Aveva anche comprato un proiettore e la sera amava illuminare il soffitto con le costellazioni e restava  sdraiata sul tappeto ammirando tutto lo spazio. 

Non lasciava mai entrare nessuno, era il suo mondo, un angolo di fantasia per fuggire. 

Tutti abbiamo bisogno di scappare ogni tanto, la realtà alcuni giorni non ci piace e ci serve qualcosa che sia oltre, che ci porti lontano e non ci faccia più tornare. 

Lei e i sui infiniti spartiti dispersi in mezzo al cosmo. 

La cosa più importante era sempre stata la musica, il suo flauto in ottone che tutte i giorni lucidava non appena tornava da lavoro. 

C’ era una volta una dolce ragazza che viveva a Parigi.

Sembra l’inizio perfetto per un romanzo. 

La vita di Caroline era una di quelle che trovi descritte nei libri romantici, di quelle a cui basta un soffio di vento e subito arriva l’autunno.

Il fresco, la sera, aveva lentamente messo a tacere le cicale e la rugiada, sui campi al mattino, resta sempre più rigida sulle zolle di terra.

Le vie della città suonavano il jazz, dalle finestre arancioni la sera picchiettavano sui vetri le strimpellanti note dei sax e dei bassi. 

A settembre le sere diventano più giovani e hanno fretta, con la loro atmosfera malinconica salutano giorno dopo giorno l’estate che ormai può volare con gli uccelli verso il meridione. 

In una sera di settembre, quando il sole rosso aveva appena incendiato le nuvole, un vento freddo entrava dalle finestre portando il profumo della città pronta a prendere sonno.

Mentre quel disco girava, i suoi capelli mi cadevano sul viso accarezzandomi la pelle e la melodia continuava a portarci da una parte all’altra della stanza, insieme ai baci le mie labbra volevano esprimere un sentire, forse troppo forte per riassumersi in parole. 

Ma l’aria carica di pioggia, le nuvole rosa che sempre più si coloravano di un grigio intenso, quella canzone, i suoi occhi, le sue labbra, i suoi capelli, tutto quella sera mi suggeriva una frase. 

Caroline lo sapeva, mi aveva portato nella sua stanza magica. 

E più la vita mi spingeva verso di lei, più cercavo quelle parole dentro il mio cuore. 

Sembrava mi fossi dimenticato la loro importanza, ma quando il sole era sceso, un lampo mi attraversò il petto e d’improvviso i tetti mi sussurrarono la risposta che cercavo. 

“ Ti amo… Caroline, ti amo”.

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