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PRIMAVERA

Fu in una tiepida serata primaverile che il giovane Wilhelm Zeitzler si trovò ad errare meditabondo lungo l’Alte Brücke, il ponte vecchio di Heidelberg, osservando il rigoglioso scorrere del Neckar che in quella stagione esprimeva tutta la sua forza impetuosa.

Ormai era buio ed era già quasi da un’ora che vagabondava per la città, dopo essersi congedato dal comizio nella keller.

Non era il primo comizio a cui aveva preso parte.

Infatti, dopo la recente invasione della Ruhr da parte delle truppe francesi, il suo senso di desolante frustrazione e mortificazione avevano raggiunto livelli mai vissuti prima.

Nei momenti peggiori, riusciva ormai a consolarsi solo ascoltando l’accanimento e la rabbia che in quei comizi erano rivolti ad imputare tutti i mali che il popolo tedesco stava patendo agli untermenschen, i cosiddetti “subumani”.

Solo questo continuo incolpare le popolazioni dei “subumani” del suo stesso malessere riusciva, per qualche istante, a sedare quella sensazione di disagio che lo attanagliava, come si fosse trattato di un anestetico.

D’altro canto, come poterlo biasimare: suo padre e i suoi due zii gli erano stati portati via dagli eventi della Grande Guerra e lui, solo ed unicamente per mezzo della sua inossidabile volontà, riusciva a lavorare e studiare lettere antiche presso la Ruprecht Karl Universität.

Ma dopo lo stato di euforia che gli sembrava di vivere in compagnia di quei personaggi dalle camicie brune, quello che gli restava erano dei timori di fondo che gli facevano avvertire dentro di sé un senso di dilagante menzogna.

Allora, tutta l’esaltazione vissuta fino ad un attimo prima, lasciava spazio solo ad uno stato di ansia quasi invalidante.

Ad un tratto, si ricordò, proprio lì sul ponte, che il suo beneamato docente di greco antico si trovava come sempre fino a tarda notte nel suo studio e che la sua porta era sempre aperta.

Una volta tornato ad un livello normale di coscienza dovette confessare a se stesso che non aveva porto più sicuro verso il quale dirigersi.

Giunto di fronte all’ufficio, varcò la soglia e si ritrovò in quel rassicurante microcosmo, adorno di fiori, testi antichi e reperti di ogni genere, che a detta del suo precettore voleva essere la rappresentazione del modello ideale di un’aula scolastica.

Una luce soffusa avvolgeva tutto, ma questo non impedì al docente di cogliere al volo lo stato d’animo del suo allievo.

Ben conosceva le sue altalenanti tendenze, che oscillavano dalla brillante erudizione alla cinica e totalizzante adesione a quei principi che stavano, così rapidamente, spopolando tra i più in quei giorni così cupi.

Senza dire una parola, il professore si avvicinò al grammofono e si accinse a mettere un disco.

Wilhelm, come udì le prime note di pianoforte, riconobbe subito di che brano si trattava e mostrò al suo affezionatissimo precettore di aver inteso il messaggio che intendeva trasmettergli.

Esordì dicendo, verso il professore che gli dava le spalle: «Schubert! “Der Wandrer”, il Viandante! Opera D.64».

Gli riuscì subito di immedesimarsi nel protagonista del Lieder che dopo aver creduto nell’esistenza di una patria ideale, vive lo sconforto di sentirsi estraniato nella società degli uomini, tingendo la sua anima di una sfumatura di un’irrimediabile malinconia.

Prestò bene attenzione a quei versi: «Segui fedele l’antico sentiero, non scegliere nessuna patria. Eterne pene ti recheranno altrimenti i giorni duri. Via, verso altri luoghi.Tu devi andare,devi errare, sfuggire leggero ogni lamento».

Per un istante, ebbe quasi un moto di ribrezzo e vergogna verso se stesso nel vedersi solo un’ora prima in quella birreria a cantare a squarcia gola «Ein Heller und ein Batzen», insieme agli altri personaggi dalla camicia bruna.

Tutti quegli uomini festanti non potevano certo immaginarsi, allora, che a distanza di vent’anni avrebbero marciato sulle note di quella canzone così popolare in quei giorni, lungo una steppa desolata a duemila chilometri da quella pittoresca cittadina del Baden Württemberg.

Senza curarsi della voce baritonale che proveniva dal grammofono, Wilhelm scandì egli stesso l’ultima strofa a voce alta: «Froh Umgeben, doch allein», “Circondato dalla gioia, ma solo”».

Tutto in lui divenne improvvisamente chiaro.

Gli era stato sufficiente ascoltare il Lieder di Schubert per comprendere che non poteva permettersi di giudicare con tanta severità lo sconforto e la solitudine che provava.

Al contrario, la comprensione alla quale era approdato presso quel luogo in cui si sentiva a casa, gli rivelò che solo ed unicamente tramite l’ascolto di se stesso avrebbe potuto trovare le risposte che, in realtà, il suo cuore anelava da sempre.

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