Exit

SASHA.

Sono i passi veloci di Sasha a spezzare il silenzio che scorre come acqua nelle vie, il rumore delle sue suole in cuoio che rimbomba sui muri dei palazzi.

É notte fonda ormai e la città è completamente spenta, dopo la lunga giornata di lavoro chiude gli occhi e dorme.

Avvolto nel cappotto continua a camminare svelto, ad ogni incrocio si guarda attorno e poi prosegue.

Come fosse inseguito da uno spettro, vaga tormentato mentre porta con sé una lettera che tiene nascosta nella tasca interna del cappotto.

Pensa alla sua infanzia e alla sua città natale, sperduta in un angolo della Siberia, dimenticata dal tempo e dalla storia.

La steppa e i lunghi inverni, Sasha ricorda quando il padre lo portava a caccia di lupi.

Il freddo che punge sulle mani e sui piedi, il naso che gocciola proprio come quando stava steso in mezzo alla neve ad aspettare che il lupo mostrasse i suoi occhi nel mirino.

Ora, così lontano da casa, in una città dove non vi sono radici, si trova solo e disperso.

Il suo orgoglio però gli impedisce ancora di gridare aiuto.

Comincia a sentire alle sue spalle dei passi che continuano ad accelerare avvicinandosi.

Sasha si nasconde in un vicolo attendendo che il suo sinistro inseguitore lo superi.

Sente che si avvicina e quando Sasha sgrana gli occhi per dare un volto a quell’ombra questa si ferma e l’interruzione dei passi aumenta la tensione, l’aria diventa fredda sulle sue labbra.

Sospira e deciso afferra il coltello che tiene nascosto nei pantaloni, con un balzo esce dal vicolo e davanti a lui il nulla.

Poi, una mano si appoggia sulla sua spalla, allora si volta e ciò che gli si mostra alla vista è quanto di più incredibile la vita gli abbia mai proposto.

Un volto, che era rimasto sepolto nel suo cuore da molto tempo e che mai avrebbe pensato di rincontrare.

Le parole gli si fermano in gola, il suo viso diventa di ghiaccio e lascia cadere a terra il coltello.

«Hey, che ti è successo, hai perso la parola?».

Sasha resta in silenzio, attonito.

“ Ecco, tieni una sigaretta, così magari calmi il respiro, sembra che tu abbia visto un fantasma”.

In effetti, forse un fantasma non era, ma sicuramente quell’incontro era lontano da qualsiasi aspettativa potesse avere.

Sasha non accetta la sigaretta, tira fuori il suo pacchetto e se ne accende una, non riesce a staccare gli occhi dal viso scuro e familiare.

Non c’era niente di strano, in fondo dietro quell’ombra si celava qualcuno che conosceva bene.

Poi, insieme al fumo, dalla bocca poche parole strette tra i denti.

“ Ma tu sei morto”.

“ E allora, non posso far visita a un vecchio amico?”.

“ No, tu sei morto deve essere un sogno”.

“ Non è un sogno Sasha, sono solo passato a farti un saluto. Pensavo fossi felice di rivedermi, non avevamo fatto in tempo a salutarci”.

Sasha prende la sigaretta e senza esitare la spegne sul palmo della mano, stringendo il dolore tra le labbra e dovendo, infine, accettare l’idea che quello che sta vivendo è la realtà o meglio, qualcosa che la ricorda.

Continuava a vagare senza meta, con quella busta nascosta nel cappotto e la sua mente lo ha condotto in un luogo oscuro dove un fantasma del passato è venuto a fargli visita.

Non riesce ad ammettere a se stesso che davanti a lui c’è suo padre, morto e sepolto anni prima in Siberia.

Infiniti ricordi affiorano in lui, ripercorrendo contro corrente il fiume della sua vita e riportando in superficie tutte le paure che aveva spinto con fatica negli abissi del suo spirito.

C’è l’aveva messa tutta per nascondere il suo animo fragile e fingere di essere forte per fronteggiare l’esistenza.

Tutte le certezze conquistate, adesso, in un istante, erano volate via come la nebbia sulla steppa al mattino.

E tutte quelle emozioni si riassumono in una piccolissima lacrima che piano scende sul suo viso.

«Figlio non piangere, sono venuto solo per poco, volevo farti un saluto».

D’un tratto l’ululato di un lupo, Sasha alza gli occhi e si guarda intorno.

«È ancora lontano, devi aspettare che sia vicino, non devi lasciare alla paura il potere di farti prendere la scelta sbagliata. Ricorda: respira e aspetta».

«Sono diventato pazzo padre, questa è la risposta, ho perso il senno».

«No figlio mio non temere, ma dimmi cosa è quella busta che tieni nascosta nel cappotto?».

«Come fai a sapere della busta?».

«Non dimenticare che sono morto, e poi ti seguo da molto prima che tu te ne accorgessi».

«Devo consegnarla stanotte, domani mattina sarà troppo tardi».

«Aspetta shht, shht, fai silenzio. Eccolo, guarda, il lupo si è svelato a noi. Prendi il fucile».

Ad un tratto i palazzi sono scomparsi e Sasha si trova faccia a faccia con il lupo in mezzo al nulla e ha in braccio lo stesso vecchio fucile di suo padre.

Prende la mira e aspetta, il lupo lo fissa mostrando i denti.

Il vento soffia attraverso lo spazio che li divide, quel vento gelido che ghiaccia ogni cosa, anche il silenzio.

«Coraggio figlio è ora il momento, spara!!!».

Sasha non spara, si inginocchia e posa il fucile.

Il lupo, allora, gli corre incontro con le sue zanne bianche affilate pronte ad affondare nella carne.

Quando solo pochi metri dividono i due avversari, il lupo scompare nel nulla da cui era venuto.

«Hai deciso figlio, sono fiero di te. Non era ancora giunta la sua ora, tu torna sui tuoi passi e aspetta. Il lupo tornerà e solo allora saprai se la decisione che hai preso è stata quella giusta».

D’un tratto una fitta nebbia invade la strada e il padre scompare in essa.

Sasha è di nuovo solo.

Prende la lettera che portava con sé e la strappa in mille pezzi.

Le parole al suo interno rimangono un mistero: cosa contenesse quella busta che custodiva con tanta cura forse non lo sapremo mai.

Con l’inverno i lupi torneranno nella steppa e solo il tempo rivelerà loro la via di casa.

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